Skeleton Tree. Pensieri sparsi sul nuovo album di Nick Cave

Difficile recensire 'Skeleton Tree', lo splendido album che Nick Cave ha inciso dopo la tragica morte del figlio Arthur. Qualche pensiero random può aiutarci a focalizzare l'uomo e l'opera

La copertina di "Skeleton Tree", il nuovo album di Nick Cave (nickcave.com)

La copertina di “Skeleton Tree”, il nuovo album di Nick Cave (nickcave.com)

Un requiem in otto movimenti. Questo e molto altro è Skeleton Tree, l’attesissimo nuovo oscuro, straziante, sofferto, dolorante, sanguinante e splendido album di Nick Cave. Coadiuvato come di consueto dai fedelissimi Bad Seeds, in particolare da Warren Ellis (al suo fianco più prossimo anche nelle recenti e altrettanto ammirevoli esperienze di colonne sonore cinematografiche per John Hillcoat e non solo), Nick Cave compie il tristissimo e più che difficile passo coincidente col tentativo di esorcizzare quanto di più doloroso possa accadere a un individuo divenuto padre. E lo fa nel migliore dei modi, come solo un artista vero e puro può fare; vale a dire trovando il più nobile e alto coraggio di mettere ordine tra mesi e mesi di idee annebbiate da un (possiamo solo immaginare) odio misto a rassegnazione, scegliendo quindi di avanzare oltre l’uscio di uno studio di registrazione per mettere nero su bianco un vero e proprio canto funebre che – malgrado le argomentazioni rimangano confinate nel medesimo eterogeneo e sulfureo limbo narrativamente “caveiano” – non può prescindere (e non prescinde affatto in molti dichiaratissimi punti) dalla più intima e personale devastazione interiore.

Nick Cave (buscadero.com)

Nick Cave (buscadero.com)

ANTEFATTI – Luglio 2015. Arthur Cave, figlio terzogenito e quindicenne di Nicholas Edward e Susie Bick (modella britannica), precipita da una scogliera, molto probabilmente sotto effetto di Lsd. Ogni progetto musicale, letterario e cinematografico, come ovvio, viene accantonato per elaborare il lutto e, se non altro, tentare di ritrovare un minimo di (mai ottenuta) pace interiore da normale essere vivente appartenente al genere umano. Ma ad ogni sguardo rivolto al proprio specchio, ciò che emerge è la vera ed eterna essenza di un uomo che ha sempre fatto di se stesso qualcosa di indiscutibilmente accostabile al più puro concetto di arte, tanto nell’iperbole frastornante quanto nella riflessione più intima e introspettiva. La tragedia e il senso di luttuosità esistenziale, da sempre cifra stilistica preponderante sia nei suoni che nelle parole scritte e dette in un’intera carriera, questa volta è personale. Tra i meandri di una trentennale esperienza segnata da eccessi, ripensamenti, sregolatezze, immersioni emotive senza ritorno ma, soprattutto, da una vena creativa fuori dalla comune possibilità di intendere il nucleo portante di una narrazione per suoni e immagini verbali (dove, tutto intorno, è pieno di «eroi, buoni e cattivi, un mondo assurdo, pazzo, violento, dove la gente è piena di rabbia e Dio esiste realmente»), per un uomo e un artista assoluto come Nick Cave arriva, purtroppo, il momento di fare i conti con quei demoni delineati tra spartiti e pagine letterarie ma ora divenuti realtà personale, con quella rabbia che si tramuta in sconforto inavvicinabile e con quel Dio incarnato, sì, ma truffatore, baro, insolente nella sua smania di raggiro esistenziale.

LA PERFEZIONE – Grazie a poco meno di quaranta minuti di assoluta e inarrivabile apertura di anima e corpo, ci ritroviamo dinanzi a qualcosa di irraggiungibilmente sovrannaturale. Raramente in maniera così forte ed emotivamente dominante un’opera d’arte odierna riesce ad avere una simile potenza di contenuto diretto e immediato pur facendo uso, in sede di arrangiamento, di un minimalismo sottile quanto perfetto come quello già posto in essere dal precedente (e altrettanto, anzi ancor più incredibile) tassello Push the sky away del 2013. Il blues tumefatto dei periodi targati Birthday Party e primi Bad Seeds, così come le “murder ballads” delle più febbricitanti esperienze solitarie, oramai, sono divenuti adulte e trascendenti devozioni a un assoluto sonico che non accetta più simulacri. Tutto è forza, tutto è coraggio, tutto è urgenza imminente nel suo farsi realtà tangibile. Ciò che un album come Skeleton Tree pone in tavola è un coacervo indistinto e inclassificabile di confessioni al proprio stesso io disperso, frammentato, evaporato nel più profondo dei dolori eppure così vivo e desideroso di trasformare in qualcosa di assimilabile proprio quell’eternità da tempo ricercata e desiderata in qualità di esperienza.

Nick Cave (billboard.com)

Nick Cave (billboard.com)

UN’APOCALISSE INDIVIDUALE – Sullo sfondo di un’apocalisse terrena tra le più bruscamente e intensamente raccontate dalla penna di Nick Cave dai suoi esordi a questa parte, un incipit così densamente oscuro come quello del blues-noise di Jesus alone coordina subito ogni focalizzazione emotiva su frequenze di deliri da evoluzioni interpersonali mai compiute. Lo spettro di fobie mai sopite e di corteggiamenti al sapor mortifero aleggia tra le pieghe apparentemente eteree di Rings of Saturn, mentre il senso di più profonda frustrazione immobilizzante prende sembianze angelicamente femminili nella struggente Girl in amber, come struggente e corrosivo è il mantra di invocazione ultraterrena ululato dalla disperante I need you. È qui che il più devastante senso di perdita eterna e definitiva, oltrepassando le rimembranze retrospettivamente dipendenti di Magneto e Anthrocene, sprigiona tutto il suo dolore nella più sincera, intima e, al contempo, deflagrante disperazione di un canto funebre innalzato fino alle lacrime dalla voce frantumata di Cave e dall’incedere ritmico immediatamente ascrivibile a un nero corteo in lenta marcia verso la terra fredda. Funebre è anche il sentore nascosto dalla conformazione di ninna nanna assunta da Distant sky, dove la soave voce del soprano danese Else Torp contrappunta le riflessioni di un uomo in contenuta pena e implorante una fuga verso l’assoluto. A tentare un ritorno in superficie è la finale title track Skeleton tree ma ormai il dado è tratto: niente sarà più come prima, tanto in musica quanto in corpo.

Descrivere ulteriormente o tentare di definire concretamente un album come Skeleton Tree potrebbe voler dire necessitare troppo – e indebitamente – di un più invadente addentramento verso l’anima di un artista reso ancora più umano di quanto già non lo fosse dal più condivisibile eppure (a meno di tragiche esperienze similari) realmente incomprensibile dei dolori. Resta comunque lecito concedere ad esso un abbraccio universale nel tentativo di rendere avvicinabile, se non altro, il più denso e genuino senso del porre in essere un’opera d’arte.

Voto: 9

Stefano Gallone

@SteGallone

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