Siria tra sangue e immobilismo

Milano – La repressione del governo di Bashar al Assad continua. Il regime di Damasco è deciso a non cedere alle proteste di piazza che, arrivate ormai arrivate al quinto mese, solcano il paese da nord a sud.

In questi giorni il fronte della repressione è concentrato nei pressi del confine turco, dove si sono ammassatti circa nove mila profughi in fuga dalle violenze. Secondo le agenzie stampa i carri armati dell’esercito siriano sono giunti nella cittadina di Jisr al Shunghur, preceduti di una serie di bombardamenti aerei, con lo scopo di stanare non meglio identificati elementi armati che, secondo la TV di stato siriana, avrebbero ucciso 100 e più militari.
Tuttavia la verità degli abitanti della città è ben diversa. Per i cittadini di Jisr al Shunghur i giovani militari sono stati fatti giustiziare dai loro ufficiali rei di essersi rifiutati di sparare su civili.

La diplomazia internazionale sta ancora cercando un modo di convincere il leader siriano a cessare le violenze. Particolarmente attivo è il primo ministro turco Erdogan, che galvanizzato dalla recente larga vittoria elettorale, offre l’aiuto e l’assistenza della Turchia alle migliaia di profughi siriani lungo il confine, esortando al Assad a fermare la repressione e a iniziare seriamente a implementare le riforme promesse. In tal senso si è svolto un incontro, il 15 giugno, tra lo stesso Erdogan e il portavoce del governo siriano Hassan Turkmani, a cui il leader turco ha ribadito il suo disappunto offrendo il suo aiuto per risolvere pacificamente la situazione. Tali dichiarazioni non hanno però trovato appoggio a Damasco, dove i sostenitori della famiglia Assad hanno indetto una campagna per boicottare i prodotti turchi.

Mentre il nord sanguina la capitale è attraversata da una bandiera siriana lunga ben 2300 metri sorretta da migliaia di sostenitori del governo che inneggiano al loro leader e alla libertà della Siria di meschini intrighi internazionali che vogliono gettarla nel caos, prospettiva che non alletta nemmeno i Comitati civici, creati dalla società civile per mediare tra il governo e la piazza. La loro soluzione alla crisi è un passaggio di poteri ai militari che avrebbero il compito di gestire la transizione verso un regime democratico, ricalcando così la via intrapresa dall’Egitto.

Se la comunità siriana propone la sua soluzione, quella internazionale si trova in una posizione di preoccupante stallo. Gli Stati Uniti chiedono a gran voce che venga concesso alla Croce Rossa il permesso di entrare in territorio siriano per assistere i profughi in fuga dalle violenze, mentre Gran Bretagna e Francia insistono perchè venga approvata una risoluzione dal Consiglio di sicurezza dell’Onu che condanni e imponga ad al Assad di fermare l’uso della forza. Tuttavia una tal presa di posizione è ancora irraggiungibile per l’opposizione di Russia e Cina, che dall’inizio della vicenda siriana manifestano la loro contrarietà a un intervento di qualsiasi tipo, e per la difficoltà che Stati Uniti e Unione Europea stanno incontrando nel cercare di convincere i membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza ad appoggiare una loro proposta di risoluzione.

Come al solito dalla Siria arrivano condanne a un eventuale intervento che andrebbe a ledere il diritto di non ingerenza negli affari interni proprio di ogni Stato.

Da ultimo non bisogna dimenticare l’Iran e la sua funzione di deterrenza. Anche in caso dell’approvazione di una risoluzione che permetta un intervento, difficilmente questo si tradurrà nell’invio di personale Nato, in quanto è molto elevato il rischio di provocare l’intervento di Teheran scatenando così una guerra generale nella regione. Un intervento di tipo militare potrà avvenire solamente sotto i vessilli Onu con una larga partecipazione e il cui comando non sia affidato a qualche potenza occidentale, ma magari alla Turchia o al Brasile, altro grande amico di Damasco.

Gianluca Barbato

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