Siria, la libertà è un venticello

Damasco – Nonostante l’ondata di proteste che sta investendo il Medio Oriente, sembra che il vento rivoluzionario non tocchi la Siria. Un governo autoritario, corruzione e problemi economici sono tutte caratteristiche che il Paese condivide sia con l’Egitto che con la Tunisia, eppure i siriani sembrano non credere nel cambiamento.

Dagli inizi di febbraio, gli attivisti continuano a diffondere online l’appello ai cittadini perché scendano in piazza a manifestare, ma l’appello alla “Rivoluzione siriana” ha solo dato luogo a sporadiche e non confermate dimostrazioni nel nord-est a prevalenza curda.

Perché? Secondo un Osservatorio per i Diritti Umani con sede in Libano, i siriani hanno molta più paura delle ritorsioni del governo e delle forze di sicurezza che i loro vicini egiziani e tunisini. Inoltre, a fare da deterrente sono alcuni esempi della storia recente. I gruppi che negli scorsi anni si sono mobilitati organizzando proteste popolari, hanno pagato un prezzo molto alto. Basti ricordare il massacro di Hama del 1980, quando l’esercito siriano ha bombardato la città per sedare una rivolta guidata dai Fratelli Musulmani, in cui vennero uccise 20 mila persone. I siriani oggi hanno paura che si verifichino “episodi” di violenza simili e il terrore li paralizza.

D’altro canto, le manifestazioni sono proibite dalla legge e dallo stato d’emergenza in vigore. Gli attivisti politici sono regolarmente detenuti in carcere; secondo l’Haitham Maleh Foundation, un’organizzazione per i diritti umani di stanza in Siria, circa 4500 “prigionieri d’opinione” si trovano tutt’oggi nelle carceri siriane.

Bashar al-Assad

Quando hanno iniziato a circolare su Facebook messaggi per coinvolgere la popolazione in un movimento di protesta contro il governo, diversi attivisti hanno dichiarato di essere stati contattati dai servizi di sicurezza e di essere stati messi in guardia dal cercare di mobilitare la folla. «La Siria è stata per molti anni un regno del silenzio», ha spiegato Suhair Atassi, un’attivista damascena, parlando delle proteste anti-governative. «La paura domina la vita delle persone nonostante la povertà, nonostante le privazioni e l’umiliazione… Ero per strada, stavo andando a un sit-in contro il monopolio della telefonia mobile nel Paese, ho spiegato al taxista dove stessi andando e perché. Lui mi ha risposto: “Per favore, organizzate una protesta contro il caro diesel. Ci sta uccidendo”. Io gli ho chiesto: “Sei pronto a scendere in piazza con noi?”. E lui mi ha risposto che non poteva. Aveva paura che la polizia lo arrestasse, e lui era l’unico a far entrare in casa un po’ di soldi per sfamare la sua famiglia».

Il peso dei militari in Siria è diverso da quello che hanno in Tunisia, dove sono diventati presto sostenitori della rivolta, ed è anche diverso da quello che hanno in Egitto. In Siria, l’esercito è la struttura più potente ed è pronta al bagno di sangue per proteggere il regime, perché sono un tutt’uno.

Un altro elemento va considerato: anche se tra i cittadini l’odio verso le forze armate è forte, non lo è altrettanto il desiderio di cambiare la leadership del Paese. Molti siriani supportano Bashar al-Assad, che gode di grande popolarità, soprattutto fra i giovani, per il fatto di essere giovane anche lui. Anche se i giovani vedono la corruzione dilagante, i problemi di disoccupazione e economici o l’illiberalità del governo, non incolpano al-Assad di questo, ma gli uomini della vecchia guardia che lo circondano.

Grande differenza tra il caso siriano e quello egiziano è poi la varietà di credi che costellano il Paese. Temendo tensioni interconfessionali, molti siriani ritengono che l’enfasi posta dal partito baathista al potere sulla dimensione secolare dello Stato sia l’opzione migliore.

I sunniti rappresentano il 70 per cento della popolazione, ma alawiti e sciiti, gruppo cui appartiene lo stesso Presidente, hanno un ruolo fondamentale. Se il regime cadesse, secondo la maggior parte della popolazione, gli alawiti perderebbero i loro posti di lavoro e si tornerebbe ai tempi in cui i Fratelli Musulmani li accusavano di essere miscredent. Anche i cristiani, che costituiscono il 10 per cento della popolazione, hanno paura di un cambio al potere e il verificarsi di stragi simili  a quelle contro i cristiani iracheni.

Anche la prossimità all’Iraq gioca un ruolo di primo piano nello scetticismo della Siria nei confronti della democrazia. Dall’inizio dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003, circa un milione di rifugiati iracheni sono arrivati nel Paese. I siriani, vedendo con i propri occhi cosa succede quando il cambiamento politico non va nella direzione auspicata, sono diventati sempre più conservativi e meno desiderosi di novità.

In ogni caso, sarà interessante vedere cosa accadrà nei prossimi mesi. Tutti i siriani seguono le vicende tunisine  ed egiziane alla Tv, e si sa, la libertà è un sentimento contagioso…

di Silvia Nosenzo

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