Sigarette elettroniche: presto una nuova tassa?

sigarette elettroniche

Una sigaretta elettronica (foto via: www.diggita.it)

Roma – Il governo ha già effettuato, negli scorsi mesi, ben due tentativi di tassare le sigarette elettroniche. Tentativi che sono andati in bianco. Ma ora, secondo opinioni provenienti da numerosi fronti, il boom delle sigarette elettroniche incontrerà una battuta d’arresto proprio in seguito all’introduzione di una nuova tassa. Le vendite delle sigarette elettroniche stanno aumentando giorno dopo giorno, a fronte dei una costante riduzione dei vendite di sigarette, con la conseguente perdita di ingenti guadagni da parte dello stato. Secondo i Monopoli nel 2013 lo Stato incasserà circa 700 milioni di euro di meno, a causa proprio della nuova tecnologia della sigaretta elettronica.

Le vendite di sigarette elettroniche raddoppiano di anno in anno. In Cina, dove sono state brevettate e dove vengono prodotte, una buona sigaretta costa al grossista, Iva e dazi compresi, circa 25 euro. Successivamente viene ceduta ai dettaglianti a 35 e da questi, a 65 euro al cliente finale. Un ricarico del 100%. Questo spiega come mai nelle nostre città, così come nei centri commerciali, in piena crisi, gli unici negozi nuovi che aprono sono quelli che vendono sigarette elettroniche. In Italia si stima la presenza di ormai oltre duemila punti vendita, che continuano a proliferare, nella più totale assenza di una normativa e della relativa tassazione.

Il nodo della questione sta nella definizione stessa di sigaretta elettronica: se la suddetta venisse catalogata come prodotto da fumo si applicherebbero su di essa le stesse regole delle sigarette, cioè la vendita esclusiva in tabaccheria, i divieti pubblicitari, gli obblighi informativi, e la tassa dei tabacchi che tanti guadagni porta allo stato. Se si dovesse considerare le sigarette elettroniche come dispositivi medici, dovrebbero essere vendute nelle farmacie.

Al ministero della Salute prendono tempo, senza arrivare ad una soluzione. Unica certezza al momento è il divieto di vendita ai minori, con un trattamento quindi simile ai prodotti da fumo, nonostante in esse non ci sia combustione, e non contengano tabacco. Alcune contengono nicotina, ma se bastasse questo per far scattare la tassa, di conseguenza dovrebbero essere tassati anche i cerotti e i chewing gum che si vendono in farmacia.

Lo stato potrebbe decidere di agire, arrivando a determinare il quantitativo equivalente di tabacco che servirebbe per produrre la nicotina contenuta in una boccetta di liquido, e successivamente tassarlo con l’accisa. Ma se si volesse consentirne la vendita in esercizi diversi dalle tabaccherie, i negozianti dovrebbero registrarsi coi Monopoli, aprire un conto e un deposito fiscale, entrando in quella spirale burocratica che forse scoraggerebbe una delle poche attività che oggi creano occupazione.

Molti politici preferirebbero quindi un’imposta di consumo invece dell’accisa, e dunque un regime fiscale più semplice e leggero. Una soluzione che sarebbe assai gradita ai produttori e ai rivenditori. Mentre le multinazionali del tabacco, ancora non si è capito perché, suggeriscono di tassare gli atomizzatori, cioè i «filtri». Tutte e due le ipotesi, però, non piacciono alle Finanze, perché, dicono, garantirebbero un gettito misero.

Alberto Staiz

Foto homepage: scienza.panorama.it

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