Sigaretta…Ciak, si gira!

Tra “Thank you for smoking” e il “Diario di Bridget Jones”, uno studio dell’università di Nottingham rivela il rapporto cinema – consumo di sigarette

di Chantal Cresta

smokingSenza dubbio il cinema è il regno dell’immaginifico: un reale inconsistente che, proprio per ciò, reale non è. Sarà per questo che tanto di ciò che appare sul grande schermo, a partire dagli attori che lo animano, affascina ed appassiona rendendo quasi inevitabile, da parte del pubblico, l’identificazione con storie, personaggi e – a quanto pare – anche con le loro cattive abitudini. Una per tutte: le sigarette.

DENUNCIA – Una recente analisi è stata condotta da un team di ricercatori dell’Università di Nottingham e pubblicata sulla rivista medico-scientifica Thorax specializzata in patologie dell’apparato respiratorio. Lo studio ha preso in esame, scena per scena, i successi di botteghino degli ultimi 20 anni. Risultato: in 7 film su 10 appaiono personaggi fumatori alle prese con sigarette di varie marche e qualità. Inoltre, più della metà dei film incriminati sono visibili ai minori di 15 anni mentre per il 92% lo sono ai minori di 18. Secondo Alisa Lyons dell’ Uk Centre for Tabacco Control, questi film arrivano agli occhi del pubblico più fragile, che non avendo ancora costruito la propria personalità, è facilmente influenzabile e pronto a l’emulazione con l’effetto di diventare un precoce consumatore di sigarette e, quindi, un ottimo cliente negli anni a venire. Tra i film analizzati, quelli in cui più spesso si incorre nell’alone azzurro del “mozzicone” sono Il Diario di Bridget Jones e About a Boy per un totale di 15 scene il primo e 12 il secondo. Invece, le marche più diffuse sul set sono Silk Cut e Malboro.

Audrey Hepburn
l’attrice Audrey Hepburn

La denuncia di Thorax contro l’abuso di “immagini di fumo” al cinema non è una novità. Già nel 2003, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, in collaborazione con l’Istituto Superiore della Sanità, aveva pubblicato un dossier che chiariva gli stretti legami del connubio marketing del tabacco-cinema e i relativi effetti sull’aumento del tabagismo tra i giovani.

SISTEMA – Il processo che porta una sigaretta a diventare una protagonista da Oscar è articolato e comincia dalla sceneggiatura. Quando una multinazionale deve piazzare un prodotto fa appello alle case cinematografiche e televisive, promettendo favori e generose elargizioni economiche. I produttori si mobilitano, allertano gli sceneggiatori e impongono alcune “migliorie” alle riduzioni in cui sia previsto nelle scene l’inserimento del prodotto da promuovere. Film e serie TV così orchestrati, escono con buona pace di tutti: gli “articoli” sono pubblicizzati in modo ottimale con in più l’illusione del reale suggerita dallo schermo. Le multinazionali sono soddisfatte poiché godono di una reclame a lungo termine che nessuno spot potrebbe mai eguagliare e i produttori riescono a coprire le uscite di budget in eccesso.

Inevitabile che il sistema coinvolga, in primis, gli attori che diventano i migliori coprotagonisti del prodotto da vendere: Mel Gibson, Nicolas Cage, Julia Robert, Sharon Stone, Will Smith, Leonardo di Caprio, ecc. Tutti sono stati, sono o saranno prima o poi, testimonial di qualcosa. Vestiti, gioielli, cibo e, ovviamente, sigarette. Anzi, queste ultime al cinema la fanno da padrone e non dall’inizio di questo secolo.

Leonardo di Caprio
L’attore Leonardo di Caprio

Fin dagli anni ’40 il product placement era un sistema di promozione accreditato ma è intorno alla fine degli anni ’70 che diventa il must per la pubblicità “occulta” di bionde. Qualche esempio milionario: nel 1979, la Phillip Morris pagò 42.500 di attuali euro per la “comparsa” di Malboro in Superman II. Nel 1982, Roger e Cowan firmano con Sean Connery e altri attori un accordo da 10.000 euro perché si fumino Winston e Camel in uno dei leggendari film della serie di James Bond, Mai dire mai. Nel 1988, ancora Phillip Morris sborsa la bellezza di 350.000 euro perché Bond si intrattenga con delle Larks in Licenza di uccidere.

Sarebbe errato credere che questo sistema di promozionale riguardi solo Hollywood. In realtà, secondo Thorax, i film più discussi sono quelli inglesi anche se neppure gli italiani mancano di sorprese. Già nel 2003 il dossier della Lega contro il Tabacco dava la maglia nera ai film nostrani, attribuendo il primato di pellicola meno virtuosa all’insospettabile La leggenda di Al, John e Jack (2002). Film di 102 minuti in cui i personaggi rilevanti fumano per 14 volte in un totale di 11,4 minuti. Chissà di che marca erano le sigarette?


Foto| via http://fc05.deviantart.net; http://th03.deviantart.net; http://static.blogo.it

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