Sidney: scattare un selfie senza guardarsi dentro

A Sidney mentre si rischia di morire, in molti scattano maldestri selfie: dall'autoscatto all'auto-scarto

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Turisti scattano un selfie sul luogo della tragedia a Sidney (activenews.ro)

Verrebbe da dire che per alcuni l’importante è esserci, sempre e in qualunque modo, anche il più macabro. Da ieri, in maniera più emblematica, si è mostrato in tutta la sua drammaticità un terzo incomodo della comunicazione globale, l’intruso non invitato al rapporto interattivo che tanto ha cambiato il mondo dell’informazione. E mentre dentro il Lindt Cafe di Sidney scorre il tempo del terrore, fuori alcuni scattano i selfie.

SELFIE INOPPORTUNI – Possiamo chiamarlo third screen, il terzo schermo (dopo il primo della tv e il secondo, quello dei social) dall’effetto disgustoso e inquietante, questo fenomeno alienante del non-selfie, un esserci quando non si dovrebbe, quando magari è meglio scomparire. Ricordiamo: siamo nel bel mezzo dell’attacco fondamentalista nel cuore di Sidney con decine di persone terrorizzate dentro un negozio, sotto la minaccia di saltare in aria da un momento all’altro. E all’esterno, subito oltre il cordone di sicurezza creato dalla polizia che tratta con il sequestratore, centinaia di curiosi.

 

Ma – ecco – alcuni di questi pensano bene di sorridere ammiccando all’obiettivo del proprio smartphone e di scattare dei selfie ricordo.  L’indignazione sui social non tarda ad arrivare, sugli autoscatti che alcuni australiani e turisti si sono scattati vicino al caffè di Sydney dove è in corso una drammatica presa di ostaggi. Le foto di persone sorridenti nella Martin Place sono parse una totale manifestazione di insensibilità, mentre a pochi metri di distanza altre persone temono per la loro vita.

IL DRAMMA E NOI – Un fenomeno non solo circoscritto alla vicenda australiana, ma dilagante anche nel nostro paese, come dimostrano gli ultimi fatti di cronaca nera: dal caso Avetrana al piccolo Loris, passando per Cogne e transitando per l’assassinio di Meredith. Lo si chiama crime-show con risultati auditel a cui cinicamente la tv non rinuncia; ed è tendenza a comportamenti surreali come andare in macchina o in bus come turisti pellegrini sui luoghi dei delitti. Un tour dell’orrore, un monopolio del dolore che produce narrazioni, pseudo-biografie, plastici, slide, interviste ed esclusive commentate dai criminologi e dagli avvocati.

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L’occhio dello smartphone mira e si rimira anche sul luogo della tragedia (yourtech.altervista.org)

La cattivissima tv contro il cattivo killer, cinica nell’unire i dispositivi (televisori, pc, tablet e smartphone) sotto il segno dell’orrido esserci a tutte le ore, azzerando le polarità classiche della tragedia. Al processo di Atene contro Socrate o a Gerusalemme contro Gesù, il popolo non solo assiste, ma partecipa in modo attivo e consapevole. E, per quanto insopportabile, la lotta è fra giusto e ingiusto, fra il dramma e la giustizia. La gente prende posizione, si schiera e rafforza una posizione o un’altra. E quindi un tertium non si dà, non è possibile uno spazio disturbante  fra il dentro e il fuori di una vicenda.

Il farsi un selfie alienati dalla realtà è privo di ogni empatia e logica: è come entrare prepotentemente senza essere invitati ad un evento, è come scroccare una presenza non gradita al matrimonio. Il sorriso beffardo con alle spalle una scena di dolore – messa in rete – è compatire dei visi immortalati ma non immortali, piuttosto morti dentro, vuoti nel profondo. Verrebbe da intimare il famoso don’t cross che il nastro della polizia mette a soglia per la gente sull’aerea del crimine consumato. Con la variante del don’t flash, del divieto di selfie per rispetto delle vittime e la decenza comune. Anche perché – e si è visto ieri a Sidney – per passare dall’autoscatto all’auto-scarto ci vuole una foto. Da cestinare, ovviamente.

Giuseppe Trapani

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