Shakespeare: la follia dell’amore

Una scena dell'allestimento al Teatro Puccini di Milano

Milano – In scena al Teatro Elfo Puccini fino al prossimo 14 novembre Racconto D’Inverno, una tragicommedia che porta la firma dello sceneggiatore più famoso al mondo – o almeno dalla fine del 1500 in poi – William Shakespeare.

“Ma in inverno è meglio raccontare storie tristi, io ne so una di elfi e di folletti”. Le parole del piccolo Mamilio rivelano il senso di quella che sarà la vicenda narrata, ma con qualche differenza. I protagonisti non saranno infatti elfi e folletti, ma re, regine, principi e principesse. Ovvero quella realtà di corte e di campagna vicina al suo autore.

Una storia apparentemente semplice, come lo sono tutte le opere di Shakespeare, che nasconde però significati e verità profonde, critiche alla società e alla cultura in voga al tempo e mettono a nudo l’umanità intera e le sue pulsioni.

Qui il dilemma, se così lo si vuole definire, è la gelosia. Un sentimento inesplicabile, repentino e travolgente che colpisce al cuore come una freccia spuntata. Alla pari di un colpo di fulmine, ma con segno negativo. “Oh tu passione, centri sempre il cuore E l’impossibile diventa realtà Parli coi sogni – e come riesci a farlo? Ti accoppi al nulla, a quel che non esiste. Quindi a maggior ragione sei capace Di trafficare con quel che è reale E lo fai, certo, superi ogni limite. E io lo scopro e la mente si infetta E sulla fronte spuntano le corna”. Leonte, il re di Sicilia, così come Otello, è accecato dal mostro dagli occhi verdi, che gli impedisce di vedere la verità. Anzi, peggio. La gelosia offusca la sua mente e come una pianta infestante cresce da un seme inesistente e si autoalimenta senza in realtà avere alcuna radice dalla quale trarre nutrimento. Un personaggio combattuto e tormentato dalla passione d’amore in ogni suo aspetto, cui Ferdinando Bruni da voce con grande maestria. Bello “come Aragorn”, giovane, aitante e profondamente innamorato, scosso e in balia di contrastanti sentimenti che solo la vecchiaia potrà in qualche modo placare. Il re accusa così l’amata moglie Ermione, donna senza macchia e senza infamia, di tradirlo con l’amico e fratello Polissene – ovvero Elio De Capitani – re di Boemia.

La sua follia esasperata porta alla decisione di far assassinare il re di Boemia per mano del fido Camillo che disobbedendo ai suoi ordini induce Polissene al ritorno in patria. La consorte imprigionata da alla luce una bimba, Perdita, che il re non riconosce come propria figlia, e viene abbandonata sulle rive di Boemia e tratta in salvo da due contadini. Nemmeno l’assoluzione dell’Oracolo di Delfi può salvare la regina dal suo triste destino. Ermione difende strenuamente la propria purezza e innocenza, in nome della propria posizione sociale e del proprio onore infangato. Senza mai versare una lacrima, ma con dignità e fierezza, e difendendo se stessa prende le parti delle donne in generale, considerate false, bugiarde e ingannatrici, per non citare altri epiteti in una società, come quella inglese del tempo, in cui l’universo femminile non era certo ritenuto l’altra metà del cielo… Un ruolo forte quello di Ermione, Paolina, e anche di Perdita. Paladine del proprio sesso, audaci e consapevoli dispensatrici di giustizia e verità. Femministe ante litteram che non implorano di essere ascoltate e credute, ma lo pretendono, sfidando persino il potere del re.

Illustrazione del "Racconto d'inverno" tratta da un volume di metà '900

Al contrario degli uomini. Il figlio Mamilio muore per crepacuore, è annunciata la morte della regina. Ed in questo crescendo emotivo, nella tensione pulsante, ecco che il registro cambia. Entra in scena la personificazione del Tempo ed è lui stesso a presentarsi e a far compiere allo spettatore un salto temporale di 16 anni, trasportandolo dalla corte siciliana alle terre di Boemia. E’ ora il momento di lasciare la tristezza e di lasciarsi avvolgere dalle atmosfere allegre e solari della campagna, tra scene pastorali, danze e canzoni. La figlia Perdita, salvata da pastori, si innamora del principe Florizel, figlio di Polissene. Tra varie peripezie, scambi di persona e travestimenti, il matrimonio tra i due viene celebrato. Lo scontro generazionale tra padri e padri e padri e figli, si risolve con la riconciliazione finale. Ma il lieto fine va ben oltre, superando i confini della morte. Spezzando il magico sortilegio di Paolina, Ermione si risveglia dall’apparente sonno eterno che l’aveva tramutata in inerme statua e torna in vita. Romeo e Giulietta ma con un finale meno tragico, sebbene in realtà la regina non pronunci alcuna parola, e non è dato di sapere se abbia o meno concesso il perdono e liberato il marito dal doloroso senso di colpa che lo affligge.

Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani anche in questa rappresentazione dimostrano di aver colto l’essenza dell’opera shakespeariana, attualizzandola e traducendola in un linguaggio vicino alla sensibilità del proprio pubblico. Nulla è lasciato al caso. Dalla colonna sonora alla scenografia, dal trucco alle parrucche ai costumi…persino i calzini degli attori sono in tinta, come quello rosso sgargiante del vescovo/cortigiano. Proprio questa figura è indicatrice della fine interpretazione e dalla lettura personale dei due registi. Un vescovo, un religioso a corte, che però viene inviato a consultare l’oracolo di Delfi, mito pagano e lontano dalla fede cristiana. Ma in questo sta proprio il valore della tragicommedia: saltare da un tempo all’altro, da un secolo all’altro, utilizzando ad esempio, la metafora dei costumi: si passa agevolmente dagli sfarzosi drappeggi dell’800 al più sobrio look degli anni ’40, sino ai tradizionali abiti della cultura popolare o gitana…; o mostrando allo spettatore una geografia visionaria: dalla corte siciliana, ad una fantastica Boemia che al di la dei confini reali si ritrova ad avere un mare ed un porto, che allude alle gelide terre siberiane ma parla una lingua molto simile all’emiliano… E ancora i dialetti della servitù, il dialogo tra cuoco, maggiordomo e cameriere, in un altalenarsi spassoso tra piemontese e siciliano… Così Autolico, il ladro, il cui codice espressivo è sintomatico e fondamentale per chiarire il personaggio. Una caratterizzazione sapiente dei personaggi difficile da intendere e afferrare allineandosi ad una più rigorosa e fedele trasposizione del testo originale.

Chiara Albricci

TEATRO ELFO PUCCINI Dal 19 ottobre al 14 novembre C.so Buenos Aires, 33 Milano Tel. 02 006606060

Foto via/http://www.elfo.org; http://www.shakespeareweb.net; http://cantierepoesia.wordpress.com

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