Sex workers per professione, donne per definizione

Ombrelli rossi e slogan: la protesta pro sex workers in Italia

Sex workers, una parola e tante sfumature. Le lavoratrici sessuali in Italia sono considerate pezzi di carne, si trovano in strada e non sono regolamentate, sono pali della luce addobbati. Dal 2009 ne sono state uccise 35, ma nessuno se ne preoccupa. Un palo della luce in meno non fa notizia, ci sono gli altri ad illuminare la strada. Per questo ieri si sono aperti tanti ombrelli rossi decorati con un fiocco nero.

In 28 città del mondo – tra cui Roma, Londra, Edimburgo, Glasgow, Brighton, Berlino, Vancouver, Helsinki, Canberra – sex workers e attiviste per i diritti civili hanno manifestato davanti alle ambasciate e ai consolati di Svezia e Turchia per chiedere che il lavoro sessuale venga riconosciuto come mestiere vero e proprio con suoi specifici diritti e doveri. Per chiedere sicurezza, per essere considerate donne. Non pali della luce, non pezzi di carne, non oggetti sessuali, ma donne.

Pia Covre, tra le fondatrici del Comitato per i diritti civili delle prostitute (Cdcp), dichiara: «La nostra dignità non deve essere calpestata da nessuno. La prostituta non è una persona che può essere presa, comprata e buttata via. Noi non siamo vittime e diciamo basta alla violenza». La Svezia, infatti, considera le sex workers come vittime e i clienti come abusanti, dimenticando che sono le donne stesse a vendere servizi sessuali. Ancora una volta viene messa in discussione la capacità di scelta della donna, violando così i diritti umani.

In Turchia, dove la prostituzione è legale, le donne trans vengono marchiate e per moltissime di loro non c’è altro lavoro se non quello delle prostitute. La Turchia ha scarso rispetto dei diritti umani, della parità di genere e delle minoranze: dal 2008 sono state uccise 32 donne trans. La trentaduesima si chiamava Dora, era turca ed è stata accoltellata da un cliente. Un cliente, non serve aggiungere altro.

Les demoiselles d'Avignon

Les demoiselles d'Avignon, sex workers nell'arte

E’ per questo che il Comitato internazionale sui diritti delle sex workers (Icrse), ha organizzato la mobilitazione. Per cercare di eliminare dalle politiche di Svezia e Turchia l’odio, la violenza e l’assenza di giustizia nei confronti delle lavoratrici sessuali. Per tentare di limare quei preconcetti, per evitare che una persona venga marchiata come trans. Per lottare contro quella violenza che ha ucciso anche Jasmine, madre di due figli, di cui aveva perso la custodia, in quanto prostituta.

Jasmine è stata accoltellata dall’ex-marito, al quale lo stato svedese aveva affidato i due bambini, nonostante le ripetute denunce per stalking ed abusi. Inaccettabile per la Svezia l’affidamento dei figli ad una prostituta. Una legge del 1999 criminalizza i clienti, negando il ruolo attivo di chi vende servizi sessuali. Se classificate come sex workers, le donne vengono considerate madri non idonee e gli vengono strappati via i bambini dalle braccia, anche se questo significa portarli tra le braccia di un uomo che ora ha ucciso la loro mamma.

Trenta anni fa il manifesto del Comitato per i diritti civili delle prostitute affermava: «Fino a quando siamo ricattate, vittime di un protettore che ci controlla e sfrutta veniamo tollerate, quando invece pretendiamo di usufruire degli stessi diritti riconosciuti a tutti i cittadini, quando vogliamo il diritto alla nostra integrità fisica, all’assistenza sulle malattie o a pagare le tasse, veniamo perseguitate e ricattate».  Trenta anni dopo, purtroppo, questo manifesto rispecchia ancora una triste realtà.

Claudia Polsinelli

(Foto via paesesera.it; moma.org)

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