Severino su intercettazioni al Quirinale: segrete le telefonate del Colle

Paola Severino (tiscali.it)

Da Mosca il ministro della Giustizia, Paola Severino, interviene nella questione che ha visto la procura di Palermo e il presidente della Repubblica su due ‘fronti’ opposti: la segretezza delle telefonate del Quirinale. Poichè si tratta – citando il ministro – di «persone istituzionalmente protette per il ruolo che svolgono», le conversazioni telefoniche partite o in arrivo al Colle non possono essere intercettate nè tanto meno rese pubbliche.

«Qualsiasi sia la decisione della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione nella vicenda delle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta di Palermo, l’importante è mantenere la segretezza delle telefonate del capo dello Stato»: così si è pronunciata il Guardiasigilli all’indomani della decisione di Giorgio Napolitano di sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti della procura palermitana, sottolineando che qualunque soluzione si deciderà di adottare,  in base al codice di procedura penale, non si potrà andare contro la sostanza della legge che tutela la privacy delle telefonate (istituzionali) del presidente.

Ai giornalisti presenti presso l’Ambasciata d’Italia nella capitale russa la Severino ha ricordato: «Le intercettazioni non costituiscono l’unico mezzo importante di investigazione e sono inoltre ampiamente regolamentate dal nostro codice. La cultura dell’indagine prevede inoltre che ogni tipo di acquisizione sia sempre accompagnata da altre». Il ministro ha inoltre aggiunto: «Al telefono si parla in maniera meno chiara, più criptica e quindi più facile da equivocare. Spesso non si capisce quale sia il contenuto vero delle parole dell’intercettato».

Da parte sua la Severino è convinta che il nodo della questione non riguardi tanto la liceità o meno dell’intercettazione stessa nei confronti di una conversazione telefonica, ma la tipologia di intercettazione («Se si è trattato di una intercettazione casuale si poteva fare») e soprattutto il nodo dell’interpretazione della legge costituzionale che riguarda le garanzie del Presidente della Repubblica: si deve dare priorità a questa o vince la normativa comune in materia di utilizzazione e utilizzabilità delle intercettazioni? 

I pm di Palermo hanno intanto fatto sapere – attraverso il Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso – di aver «agito in buona fede e secondo come ritenevano fosse giusto applicare la legge», rimettendosi ora alla decisione della Consulta. Grasso ha aggiunto: «Il capo dello Stato non può essere intercettato, è un fatto assodato. Ora in ogni caso sono stato chiamato dal Quirinale a dare contezza della mia funzione istituzionale di coordinamento senza subire alcuna pressione e così i magistrati palermitani».

Laura Dabbene

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