Questa settimana al cinema – Tornano Gondry e Fellini

Poster di 'Mood Indigo - La schiuma dei giorni'

Poster di ‘Mood Indigo – La schiuma dei giorni’

È una settimana davvero ricca di titoli quella in corso per gli amanti della settima arte: tornano infatti sugli schermi cinematografici italiani tre grandi registi dal calibro di Michel Gondry, Ken Loach ed Ettore Scola, insieme a una promessa tutta italiana reduce dalla Mostra del Cinema di Venezia e una commedia su una famiglia un po’ particolare. Una settimana, insomma, che non mancherà di soddisfare ogni tipo di palato, dagli amanti delle commedie americane ai fanatici dei documentari.

Dopo il grande successo ottenuto in Francia, ci sono grandi aspettative per Mood Indigo – La schiuma dei giorni, il ritorno nelle sale del visionario Michel Gondry che, dopo le scialbe “pause di riflessione” di The Green Hornet e The we and the I, torna a dirigere un lungometraggio che riprende gli stilemi narrativi de L’arte del sogno e di The eternal sunshine of the spotless mind (tradotto orrendamente in italiano con Se mi lasci ti cancello), e lascia presagire un promettente ritorno del regista a quell’espressività coinvolgente, romantica e surreale che lo ha reso celebre. Protagonisti del film il “principe di Francia” Romain Duris, reduce dal successo di Populaire (Tutti pazzi per Rose in italiano) e la meravigliosa Audrey Tatou (la sognatrice Amélie), nel terzo adattamento cinematografico del romanzo di Boris Vian, L’écume des jours (il primo, tutto francese, è del 1968, mentre il secondo, del 2001, presentato alla Mostra del cinema di Berlino, proviene dal Giappone). Mood Indigo – La schiuma dei giorni, è una storia d’amore ai limiti del surreale, di quelle che solo Gondry sa raccontare, una storia che evita di scostarsi eccessivamente dal libro da cui è tratta, probabilmente per non deludere un pubblico che ben conosce uno dei romanzi più famosi in Francia. Una storia dove le nuvolette da luna park sollevano i personaggi da terra e si lasciano guidare sopra una città assolata, dove i campanelli delle porte prendono vita e i pianoforti miscelano drink diversi a seconda delle note suonate. In questo mondo un po’ bislacco, Colin conosce Chloé ad una festa, e malgrado la ninfea che le cresce nel polmone rischiando di soffocarla, tenterà di sposarla, mentre ogni cosa intorno a lui inizierà a rimpicciolire e a perdere i suoi colori.

Per i fanatici dei documentari biografici, il grande Ettore Scola presenta il suo Che strano chiamarsi Federico, In occasione del ventennale della morte di Federico Fellini, nel quale il regista di C’eravamo tanto amati racconta il suo incontro con il creatore della Dolce vita, nata quando entrambi militavano nelle file del giornale “Marc’Aurelio”. In una sorta di album d’immagini e di memorie, che intreccia scene scritte e ricostruite a Cinecittà con materiali di repertorio, 
il film viene raccontato in terza persona da Vittorio Viviani e si apre con l’arrivo a Roma del futuro grande regista (interpretato nelle scene di finzione da Tommaso Lazotti) nel 1939, dove iniziò la sua carriera di giornalista. Durante gli anni Quaranta, Fellini cominciò a collaborare come sceneggiatore per diversi registi, grazie ai quali incontrò alcuni dei suoi futuri compagni di viaggio, come Alberto Sordi e Marcello Mastroianni. E sarà proprio nel ‘48 che il giovane Scola, anche lui militante nelle file del “Marc’Aurelio”, incontrerà il suo più grande amico e mentore, la cui storia è appunto raccontata in questo elogio a uno dei più grandi cineasti italiani.

Alcune sale ospiteranno, poi, il nuovo documentario di Ken Loach, The Spirit of ’45, che racconta, con un ritmo narrativo concitato grazie a un montaggio secco e veloce e con il solito schieramento a favore della classe operaia a cui Loach non è mai stato estraneo, quel moto di solidarietà sociale, tipico delle classi meno abbienti, nato dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale che faceva della condivisione e dell’aiuto reciproco i suoi valori fondamentali. Attraverso immagini d’archivio e interviste a chi quel periodo l’ha vissuto sotto i peggiori auspici, Loach racconta la ripresa economica della Gran Bretagna, le conquiste sociali raggiunte e il loro successivo smantellamento a partire dall’avvento della “lady di ferro” Margaret Tatcher.

E di un documentarista si parla, ancora, con Una fragile armonia, opera prima di Yaron Zilberman, che già nel 2005 aveva sorpreso la critica vincendo un premio Oscar per il suo documentario Watermarks. Alla vigilia della venticinquesima trionfale stagione di concerti, un celebre quartetto d’archi rischia di perdere il proprio leader, colpito dal Parkinson e deciso a ritirarsi al termine della tournée. Le diverse e ingombranti personalità artistiche dei componenti del quartetto e l’inatteso esplodere di passioni incontrollabili mettono presto in pericolo la lunga amicizia e collaborazione fra i protagonisti. Una storia in sé poco originale, ma resa piacevole dalle ottime interpretazioni di Mark Ivanir nel ruolo del violinista ossessionato e represso, del sempre impeccabile Philip Seymour Hoffman, il secondo violino frustrato, un po’ meschino e infedele, e del grande Christopher Walken.

Stefano Accorsi in una scena de 'L'arbitro'

Stefano Accorsi in una scena de ‘L’arbitro’

Tutto italiano è, invece, L’arbitro, presentato recentemente alla 70° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, interpretato da Stefano Accorsi e Geppy Cucciari, girato in un bianco e nero felliniano unito a tinte grottesche che molto ricordano i siciliani Ciprì e Maresco. La regia è dell’esordiente Paolo Zucca, che ha ampliato il contenuto del cortometraggio da lui scritto e diretto nel 2009 (e vincitore del David di Donatello): l’Atletico Pabarile, la squadra più scarsa della terza categoria sarda, viene umiliata come ogni anno dal Montecrastu, la squadra guidata dall’arrogante Brai (Alessio di Clemente). Il ritorno in paese del giovane emigrato Matzutzi (Jacopo Cullin) rivoluziona gli equilibri del campionato e l’Atletico Pabarile comincia a vincere una partita dopo l’altra, grazie alle prodezze del suo novello fuoriclasse. Le vicende delle due squadre si alternano con l’ascesa professionale di Cruciani (Stefano Accorsi), ambizioso arbitro ai massimi livelli internazionali, che si lascia coinvolgere, però, in una vicenda di corruzione che lo porterà in un attimo dalle stelle alle stalle. Accolto piuttosto bene dalla critica, il film mostra una Sardegna che, sebbene deformata dai toni grotteschi, emerge nella sua essenza d’isola dura, quasi selvaggia, lontana, e restia a cedere a qualsivoglia interpretazione.

Visione meno impegnata, tutta “made in USA”, è invece il secondo capitolo della saga incentrata sul giovane semidio figlio di Poseidone, Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo, adattamento cinematografico della saga letteraria scritta da Rick Riordan, che passa dalla direzione di Chris Columbus (regista dei primi due Harry Potter) a Thor Freudenthal (Stuart Little, Diario di una schiappa). In questa sua seconda avventura, intitolata Il mare dei mostri, il giovane Percy e gli altri ragazzi semidei sono al Campo Mezzosangue, la cui magica barriera protettiva viene disattivata a seguito dell’avvelenamento del pino che la comanda. L’unica cura possibile è il vello d’oro, che si nasconde in un luogo remoto e tremendamente pericoloso: il mare dei mostri. Percy e i suoi amici sono chiamati, così, a salvare di nuovo il mondo degli dei. Mescolando fantasy, azione e mitologie, il secondo capitolo della saga cambia notevolmente target, sfruttando a tal scopo anche il 3D.

Regala, invece, risate a gogo Come ti spaccio la famiglia (We are the Millers), che vede protagonista un esilarante duo composto da Jennifer Aniston, sottoposta a dieta ferrea e sedute di yoga prima delle riprese, e il comico Jason Sudeikis. Quest’ultimo interpreta David Burke, un piccolo spacciatore di marijuana che, malgrado tenti di passare sempre inosservato, un giorno viene aggredito da un gruppo di teppisti che gli ruba droga e contanti, lasciandolo con un debito ingente verso il suo fornitore, Brad (Ed Helms). David è così costretto a passare allo spaccio di droghe pesanti, collaborando all’ultima operazione di Brad: un carico in arrivo dal Messico. Per riuscire nell’impresa, l’uomo coinvolge, loro malgrado, i propri vicini: la cinica spogliarellista Rose (la Aniston), il suo smanioso cliente Kenny (Will Poulter) e la tatuata teenager Casey (Emma Roberts), che saranno sua moglie i suoi figli, ovviamente per finta, sotto il falso nome di “famiglia Mirren”. Diretto da Rawson Marshall Thurber, che già con Dodgeball aveva dimostrato di saper giocare in maniera irriverente con personaggi e dialoghi, il film mescola ai toni politically uncorrect una buona trattazione dei personaggi, giustificata da una lodevole volontà narrativa, che fa da buon supporto alle gag.

“Made in USA” è anche Il potere dei soldi, tech thriller firmato dal giovanissimo Robert Luketic, che ha iniziato a muovere i primi passi nel cinema a soli sedici anni, trovando apprezzamento da parte della critica americana nel 2002 per il suo La rivincita delle bionde con protagonista Reese Whiterspoon. Adam Cassidy è un giovane ambizioso e talentuoso, che vorrebbe far carriera in una grande azienda di telecomunicazioni e lasciarsi alle spalle i problemi economici che affliggono la sua famiglia. Una bravata, compiuta sulla scia di una grossa delusione, lo mette però in un guaio più grande di lui. Il magnate Wyatt, suo ex datore di lavoro, lo ricatta obbligandolo a farsi assumere dalla concorrenza per rubare il prototipo di un nuovo telefono che rivoluzionerà il mercato. Adam non ha scelta, ma gli altri non hanno scrupoli. Ispirato al romanzo Paranoia di Joseph Finder, il film vanta un cast d’eccezione formato da una coppia degna di nota, quella di Gary Oldman e Harrison Ford, affiancati dal bel Liam Hemsworth (fratello di Chris, che vedremo in Rush di Ron Howard la prossima settimana). Ma la grandezza del cast si scontra con la pochezza di contenuto, fatta di semplificazioni e schematismi, rivolti chiaramente a un pubblico giovane e poco edotto al genere.

Poster di 'R.I.P.D. - Poliziotti dall'aldilà'

Poster di ‘R.I.P.D. – Poliziotti dall’aldilà’

Conclude questa ricca rassegna R.I.P.D. – Poliziotti dall’aldilà, fanta-action diretto dal regista di Red Robert Schwentke. Roy Powell è uno sceriffo di grande esperienza del R.I.P.D., acronimo che sta per “Rest In Peace Department”, ovvero il dipartimento di polizia dell’oltretomba. A Roy, specializzato nel dare la caccia alle pericolose anime che provano a rimanere sulla Terra senza trasferirsi nell’aldilà, viene assegnata la missione di rintracciare una banda di pericolosi spiriti criminali che si nasconde tra gli ignari abitanti della Terra, la quale intende mettere in atto un diabolico piano per sfuggire al “giudizio finale”. Per preservare quindi l’equilibrio cosmico, Roy Powell inizia una corsa contro il tempo per rintracciarli e assicurarli alla giustizia. Ad affiancarlo, c’è il recentemente deceduto Nick Walker, brillante detective sulla Terra e ora nuovo membro del R.I.P.D., il quale nel frattempo, in cerca di vendetta, intende identificare i responsabili della sua morte. Il film, adattamento cinematografico dell’omonimo fumetto pubblicato dalla Dark Horse Comics, vede l’imponente presenza di Jeff Bridges, Ryan Reynolds e Kevin Bacon, ed è un piacevole passatempo per gli amanti del genere e del buon entertainment, a cavallo tra fantascienza e realtà.

(Foto: comingsoon.it; cineblog.it)

David Di Benedetti

@davidibenedetti

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