Segreto di Stato. Renzi declassa faldoni senza toccare segreti e burocrazia

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Resti dell’aereo Douglas DC 9 della compagnia Itavia, precipitato a Ustica nel 1980: 81 vittime

Roma – Tolte le classificazioni per direttiva del governo, il segreto di Stato rimane. E comunque non è poi così ovvia la ragione per cui uno Stato dovrebbe volontariamente raccontare i suoi segreti se per tutelarli si è dato leggi non soggette all’universalità dei codici, tanto che neppure ai magistrati è concesso indagare. Tutto dire.

Perciò quando il premier Matteo Renzi ricalca la ribalta annunciando, in campagna elettorale, di aver firmato la direttiva che declassifica «gli atti relativi ai fatti sanguinosi di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, stazione di Bologna, Rapido 904, Gioia Tauro», in nome della trasparenza e del servizio ai cittadini, le osservazioni da fare sono tante.

IL SEGRETO DI STATO SEGRETATO – Declassificare, in gergo, significa annullare i livelli di riservatezza delle documentazioni – riservato, riservatissimo, segreto, segretissimo -, non sbandierare segreti. Non è la stessa cosa e sono occorse due figure di governo a identificare i due concetti: Renzi per la boutade roboante e il pacato Marco Minniti, sottosegretario con delega ai servizi segreti, per tutto il resto. E pure così, sia l’uno che l’altro si sono scordati di dare aggiornamenti su una direttiva del Governo Monti che prometteva agli archivisti di Stato una mappatura compiuta e completa dei faldoni per il versamento e la successiva consultazione. La scadenza era datata 29 febbraio 2012. Da allora il silenzio.

TRASPARENZA DI STATO – Quindi c’è la questione della trasparenza che è faccenda seria. Materia insidiosa. Tema politico perché è la politica a decidere cosa è segreto e cosa non lo è. In questo caso è la politica a stabilire quali documentazioni prodotte dai ministeri della Difesa, Interno, Presidenza del Consiglio, Giustizia, ecc., debbano essere declassificate e quali no, secondo quali criteri. Per esempio sarebbe gradito capire perché è considerata limpidezza la declassificazione su Ustica e non anche il caso Aldo Moro. Dalché si torna all’inizio: lo Stato ha dei segreti, ci tiene a mantenerli e d’altronde è da capire se alla maggioranza della popolazione, quando si parla di trasparenza, venga in mente le stragi di decenni fa o piuttosto le inefficienze di un apparato pubblico monolitico e costoso.

Così, fatta salva la buona azione, il dubbio che l’agire di Renzi sia più motivato a solleticare la simpatia dell’elettorato complottardo, affetto da paranoia compulsiva, per lo più militante nel Movimento 5 stelle, viene. Movimento che poi è, al momento, l’unico reale concorrente alla vittoria alle Europee di maggio del Partito democratico, cioè di Renzi medesimo.

I SEGRETI DELLA BUROCRAZIA – Solo che non è finita perché poi a 24Mattino (Radio24) intervengono due professionisti nonché esperti in materia di documenti di Stato: Benedetta Tobagi, giornalista e scrittrice e Ferdinando Imposimato, magistrato nonché autore de Repubblica delle stragi impunite.

Intellettuale e magistrato dicono sostanzialmente la stessa cosa: le documentazioni declassificate sono un inizio ma il problema della consultazione e divulgazione dell’imponente archivio di Stato è a monte: la burocrazia.

Sicché la ragione per cui gli archivi sono off-limits a cittadini, studiosi, ricercatori e via interessati, non è tanto nella volontà di mantenere il puro riserbo ma nell’impossibilità di sveltire tutti gli atti amministrativi, i regolamenti, le procedure, i bolli, le disposizioni, gli uffici, gli ostacoli della carenza di risorse, di ordine, di spazio e di tecnologia necessari a catalogare nei decenni montagne di carta passandola da “segretissima” a “riservata” per poi poterla offrire al pubblico. Così il cosiddetto segreto strisciante, che tanto stuzzica la fantasia degli amanti del genere, rischia di essere solo l’immortale pachiderma statale che azzoppa pure se stesso. Al punto che Imposimato racconta di essersi visto nell’impossibilità di consultare, all’Archivio storico del Senato, alcuni atti sul caso Moro da lui stesso istruito. Gli ci volle circa un anno per arrivarci. Roba da fare a botte con i funzionari.

Senza contare che – spiega Tobagi – declassificare alcuni faldoni ma non tutto il materiale contestuale ad un episodio, rischia di creare ancora più caos agli addetti ai lavori nel riordinare e dare un senso all’evolvere degli eventi accaduti, e agli storici a capirli.

E si torna al problema della trasparenza che tanto sta a cuore al presidente del Consiglio: finché si continua a procedere per slogan e atti di poco peso anziché mettere in piedi riforme strutturali, non solo non si risolve nulla ma si rischia di rendere il grattacapo ancora più spinoso. A meno che questo non sia lo scopo… Boh, segreto.

Chantal Cresta

Foto || albertoalpozzi.it;

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