Segreti di famiglia: Coppola e il cinema come arte dell’anima

Alla ricerca dell’essenza umana, il maestro del cinema moderno inocula il “dramma” della sua vita in un vero gioiello d’arte in movimento

di Stefano Gallone

Locandina

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Cosa accade quando una famiglia matura rancori e disprezzi nati per motivi futili ma funzionali al corretto andamento delle dinamiche interpersonali? E cosa si smuove dentro gli animi quando uno dei suoi elementi se ne allontana drasticamente, mettendosi tutto alle spalle, ormai stanco di veder polverizzarsi tutto quello che dovrebbe essere, invece, a portata di mano (“Sai che cos’è l’amore in una famiglia come la nostra? Una rapida pugnalata al cuore”)?

Si tratta di una situazione che ha origine e si moltiplica a dismisura con particolare predilezione per i nuclei benestanti, il cui scopo risiede nell’accentuarsi di lussuosi quanto inutili capricci altoborghesi dovuti alla noia del possedere ben più del necessario sia in termini materiali che di prestigio. È il caso di un padre la cui sfacciataggine lo rende cieco all’evidenza di non essere il migliore, pur essendo la cima della scala degli aventi diritto all’onore. Ma è soprattutto il caso di un figlio che di gradini, scale e onori non ne ha mai voluto nemmeno lontanamente sentir parlare, un uomo che ha deciso di scappare da tutto e da tutti ma che si ritrova costretto a fare i conti con il proprio passato, elemento temporale incarnato dalla figura del giovane fratello in visita improvvisa ed in continua ricerca di identità.

È questo il fulcro principale della narrazione del nuovo semiautobiografico lungometraggio scritto, prodotto e diretto dal maestro Francis Ford Coppola, paladino insostituibile di ogni forma di cinema moderno e coraggioso pioniere della sperimentazione a ventiquattro fotogrammi al secondo, per il quale sembra ormai essere cominciata una nuova vita artistica, una rinnovata e possente risposta all’ingiusto dualismo produttivo film commerciali/film personali. Il risultato è una trama di ampio respiro e accessibile ad ogni livello spettatoriale (dal semplice amatore allo studioso più incallito delle gesta autoriali dell’italo-americano) ma proprio per questo densa di espedienti visivi esplicativi che, da sempre, collocano Coppola nel bel mezzo dell’olimpo delle produzioni in cellulosa hollywoodiane di preponderante matrice europea.

La lezione sembra chiara: non urge, ad alti fini espressivi, la pur utile scelta di ermetismo diegetico (si vedano i lucidi deliri del lontano ma sempiterno Apocalypse now, le metafore esistenziali di quei Giardini di pietra che tanto tiravano i piedi ad un sonnambulismo collettivo, o gli eccessi di zelo filosofico difficilmente digeribili del predecessore Un’altra giovinezza). La forza di una storia, di per sé già ben raccontata, sta anche e soprattutto nel saperla offrire in maniera complementare ad una costruzione fotografica che renda visibile il non visibile (il tormento interiore dovuto all’assenza di una precisa identità) chiarendo ciò che non è esprimibile in maniera verbale. Sono tutte scelte che, stando alle sequenze iniziali del film, permettono di anticipare ed approfondire tutti quei concetti basilari che fanno da fulcro al senso globale dell’opera, ossia la necessità di unione sia fisica che spirituale di individui più che di elementi appartenenti ad un nucleo familiare.

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Scena del film

Sostiene questa tesi la miriade di meravigliose scelte stilistiche che fanno di questi 127 minuti un vero e proprio gioiello di arte visiva. Si parte dal bianco e nero di fondo, scelta datata 1983 per quell’altrettanto notevole Rumble fishes (Rusty il selvaggio) al quale si fa riferimento attraverso il personaggio di Bennie (un Alden Ehrenreich alle prime armi ma già duttile e convincente) nella sua coerente ricerca di un fratello lontano e nel suo desiderio di indossarne edipicamente i panni. Si passa per l’innovazione antihollywoodiana dell’uso del colore e del formato 16 mm per i flashback, scelta tecnica semplice ma spiazzante e diegeticamente funzionale nel voler rendere una nitidezza metaforica appartenente esclusivamente al lato onirico di ricordi resi, in tal modo, più veri del reale in quanto forza motrice delle pulsioni e dei bisogni interiori del soggetto.

Il tutto entra saggiamente in contrasto col bianco e nero globale, elemento che, invece, conferisce un certo disorientamento ed un graduale offuscamento delle certezze vacillanti che ogni individuo sembra dover necessariamente mettere in gioco nel corso della sua esistenza; un senso di smarrimento che viene amplificato degnamente dal ritorno, fra i trucioli della bacchetta del maestro, di quei “decadrage” (inquadrature decentrate) e di quel sapientemente giostrato gioco di specchi che tanto mira ad una composizione fotografica pittorica e all’espressione del concetto portante dell’intera pellicola.

Una serie di immagini riflesse recupera i personaggi spesso al solo scopo di includerli nel fotogramma, rubandoli al fuori campo per unirli nei momenti di distacco concettuale e permettendo di decifrare quei fogli di carta sgualcita sui quali è scritta la storia di una vita intera, seppur senza finale. Ombre proiettate su mura pallide lasciano trasparire, allo stesso scopo, le ossessioni di un Vincent Gallo egregiamente introspettivo, preso per mano da una macchina da presa che sembra consegnargli le chiavi di quel senso di unione che, improrogabilmente, non può che essere il perno universale sul quale ruotano i sentimenti più puri e sinceri dell’animo umano, quel connubio indistinto tra carne ed ossa al quale viene concessa una sorta di seconda occasione.

Si tratta di una serie di soluzioni visive che tendono a rendersi autonomamente metafora del necessario spirito di coesione espresso in quel marmoreo “Siamo una famiglia” finale, una valida quanto obbligatoria presa di coscienza del dover affrontare gli ostacoli relativi alla messa in scena del “dramma” della propria esistenza.

09scot-xlarge1Usciti dalla sala di proiezione, un’unica convinzione balza alla mente di chi il cinema lo ama, lo segue, lo invoca e soffre maledettamente vedendolo morire sotto eccessivi ritocchi da iter produttivo: il maestro ha dato vita ad un nuovo capolavoro dopo trent’anni di incertezze, difficoltà e costrizioni da mainstream. Stracciati padrini e poetici romanzi vampireschi, ci troviamo di fronte ad un puro atto di fede nelle proprie convinzioni, un sereno gesto di sincerità e di amore per la condivisione di sensazioni, idee e punti di vista strettamente personali eppure mai così eterni ed universali.

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