Consiglio di Sicurezza, è scontro sull’esercito del Kosovo

Il dibattito nel Consiglio di Sicurezza relativo alla liceità della formazione di un esercito del Kosovo, tra ostacoli giuridici e conseguenze politiche

kosovoNella riunione del Consiglio di Sicurezza di martedì scorso – 27 maggio – convocata per analizzare l’ultimo rapporto presentato dal Segretario Generale Ban Ki-Moon relativo alla situazione nei Balcani, buona parte del dibattito si è focalizzato sulla decisione del governo di Pristina di istituire un esercito del Kosovo indipendente, convertendo e ampliando la forza di sicurezza già esistente. Il Consiglio di Sicurezza si è presto ritrovato diviso, come da tempo avviene quando si affronta il rapporto tra Serbia e Kosovo, in due blocchi separati, ciascuno dei quali ha spiegato la propria posizione.

GLI SCHIERAMENTI E LE MOTIVAZIONI - Da un lato difatti, oltre al governo di Belgrado, anche Russia, Cina, Ciad e Argentina  hanno manifestato disappunto per la decisione presa dal governo di Pristina. Hanno infatti ricordato che la base giuridica di ogni decisione relativa al Kosovo e Metochia debba essere conforme a quanto stabilito dal Consiglio di Sicurezza nella Risoluzione 1244  del 1999, emanata subito dopo la fine delle ostilità tra i Paesi Nato e l’allora Repubblica Federale di Jugoslavia. Su tali basi, la creazione di un esercito del Kosovo sarebbe in violazione del diritto internazionale almeno per due motivi: anzitutto, come specificato dal delegato russo, sarebbe in violazione del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale della Serbia perché il Consiglio di Sicurezza aveva indicato nella Kfor l’unico corpo militare posto a garanzia della sicurezza della provincia autonoma. In secondo luogo, come riportato dal rappresentante di Belgrado, la creazione di un esercito del Kosovo sarebbe una minaccia alla stabilità della Serbia e dell’intera regione, e minerebbe la credibilità delle Nazioni Unite.

IN DISACCORDO – In perfetto disaccordo con tale posizione si sono schierati invece, oltre al Kosovo, anche Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia, che hanno sottolineato anzitutto che la Risoluzione 1244 non pone alcun divieto alla creazione di una forza militare kosovara, specificando poi che è diritto naturale di qualsiasi Stato sovrano quello di poter disporre di una propria forza di difesa.  In particolare, il presidente del Kosovo Atifete Jahjiaga ha affermato che la creazione di un esercito del Kosovo contribuirebbe a rafforzare la sicurezza di tutta la regione balcanica, invitando tutte le comunità etniche a partecipare attivamente al processo di creazione.

IL COMPLICATO DIALOGO TRA SERBIA E KOSOVO – Il percorso di normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo ha conosciuto la svolta con l’accordo del 19 aprile 2013, attraverso il quale Belgrado e Pristina hanno deciso di regolare l’autonomia dei cittadini di etnia serba all’interno del Kosovo.  La soddisfazione delle élite politiche, incrementata anche dal fatto che questo accordo, almeno per la Serbia, è decisivo per proseguire il cammino verso l’Unione Europea,  non ha trovato riscontro tra i cittadini serbi residenti nel nord del Kosovo, scesi in piazza per rigettarne i contenuti e chiedendo, sia l’istituzione di un governo locale, sia un referendum in Serbia sull’accettazione dell’accordo. Anche da parte albanese non sono mancate le manifestazioni di disappunto.  Forti le proteste provenienti dal movimento Vetëvendosje  (Autodeterminazione) – la seconda forza di opposizione nel Parlamento di Pristina – che ha bocciato l’intesa come un sabotaggio del processo di State building del Kosovo, e una resa alle aspirazioni di Belgrado di ottenere un’entità serba all’interno dei confini del Kosovo. L’incomprensione più grande verte però proprio sulla natura dell’accordo. Se per Pristina si è trattato dell’ennesimo dato a favore di una ormai conclamata indipendenza, da Belgrado hanno chiarito sin da subito che l’accordo non influisce in alcun modo sullo status del Kosovo, del quale la Serbia non intende riconoscere l’indipendenza.

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Hashim Thaci, Primo Ministro del Kosovo

LO STATUS GIURIDICO DEL KOSOVO E LE RIPERCUSSIONI POLITICHE – Ed è proprio lo status giuridico del Kosovo, il suo essere o meno uno Stato vero e proprio, la discriminante in base alla quale stabilire la legittimità della creazione di un esercito alle dipendenze di Pristina. Se difatti il Kosovo è uno Stato indipendente a tutti gli effetti, allora predisporre degli strumenti atti a difendere la propria sovranità è indubbiamente un suo diritto. Va però ricordato che, per quanto riguarda il diritto internazionale, la Risoluzione 1244 riconosce sì un’ampia autonoma alla regione, ma impegna gli Stati a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia, di cui il Kosovo rimane parte, anche se sotto amministrazione temporanea da parte delle Nazioni Unite. In ultimo, vi sono diversi aspetti politici le cui conseguenze dovranno essere valutate tanto dagli Stati coinvolti quanto dagli Stati terzi: in primis, l’effetto che la scelta di Pristina può avere sui rapporti con Belgrado, ad un anno dalla conclusione dei tanto agognati accordi di normalizzazione. Inoltre, sono da considerare le ripercussioni che le posizioni tenute dagli Stati occidentali potrebbero avere sulla crisi in Ucraina, con cui il caso kosovaro presenta non poche analogie.

Carlo Perigli

@c_perigli

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