Scontri e timori. Cosa ci si può aspettare dalla Siria.

Roma -  «La situazione siriana è motivo di preoccupazione per Stati Uniti e Israele». Lo ha detto il presidente Obama durante la visita a Washington del primo ministro israeliano Netanyahu. Il timore americano nasce alla luce dei nuovi scontri durante ennesimo venerdì di protesta che, secondo l’Associazione siriana per i diritti umani, ha portato a 850 il numero delle vittime civili, mentre la tv di Stato siriana continua a proporre la tesi del complotto estero e a minimizzare gli scontri.

Le manifestazioni – iniziate con lo scopo di richiedere maggiori libertà civili e un miglioramento delle condizioni sociali ed economiche, peggiorate a partire dal 2006 con l’intervento del Fondo monetario internazionale el’applicazione delle sue note politiche di austerità -  sono iniziate nella cittadina di Daraa, vicino al confine giordano, si sono propagate a Damasco e Homs e recentemente hanno coinvolto la fascia costiera e le aree curde nei pressi del confine turco. Il regime di Damasco ha scelto la repressione intensificando l’uso della forza, circondando con carri armati i centri di protesta e facendo uso anche di armi pesanti contro i manifestanti.

In reazione al comportamento della famiglia Asad, al potere dal 1970, la conferenza dei ministri degli esteri dell’Unione europea ha deciso di imporre sanzioni personali a Bashar al Asad, il presidente siriano, vietandogli l’ingresso negli Stati dell’Unione e congelando, com’è stato per la famiglia Gheddafi, i suoi beni negli Stati europei. La risposta siriana alle misure europee arriva dal ministro degli Esteri Walid al Mouallem cheaccusa l’Europa di colonialismo.

Stati Uniti e i Paesi europei fanno sapere che manterranno attive le proprie rappresentanze diplomatiche in Siria, sia per offrire appoggio ai propri cittadini, sia per raccogliere informazioni di alto livello per poter individuare un valido interlocutore che si ponga a capo del movimento di protesta e che possa guidare un eventuale dopo Asad.

Il futuro della Siria preoccupa, ancor più delle dure repressioni, data la delicata posizione che ricopre nella regione. Damasco dal 1967 è ufficialmente in guerra con Israele, ma recentemente proprio Bashar al Asad ha mostrato segni di apertura verso Tel Aviv, e da tal punto di vista una sua incontrollata caduta non farebbe che rallentare un eventuale processo di distensione. Volgendo lo sguardo a est va ricordato che la Siria da 1981 è legata all’Iran degli Ayatollah, amicizia che permette a Teheran di rifornire, attraverso il territorio siriano, il partito Hezbollah in Libano. Se il potere dovesse passare nelle mani della piazza, a maggioranza sunnita, il regime sciita iraniano avrebbe maggiori difficoltà nell’operare all’interno del territorio siriano per rifornire la formazione sciita libanese, provocandone così un cospicuo indebolimento.

E ancora, anche la Turchia teme il rovesciamento di Damasco, da quando ha iniziato a considerarla un valido alfiere per propagare la propria influenza nella regione, perciò Ankara preme sulla leadership perché ascolti le richieste del popolo.

Uscendo dalla regione e guardando i rapporti siriani con altri Stati dobbiamo ricordare come gli Stati Uniti l’abbiano inserita tra gli Stati canaglia, accusando Damasco di possedere armi di distruzione di massa e a causa dei suoi rapporti con Teheran e Hezbollah. Previdibilmente Washington vorrà un cambio di regime che potrebbe avvenire in virtù della “primavera araba”, ma che senza l’impegno diretto dell’Occidente non potrà verificarsi data la fedeltà delle forze armate alla famiglia Asad. Tale impegno però sembra al momento impossibile dato il veto che Russia e Cina hanno posto in Consiglio di Sicurezza a una risoluzione del tutto simile alla 1973 adottata per la guerra di Libia. Un’azione Nato, in uno Stato in cui Mosca controlla una delle sue due basi militari estere, è veramente improbabile, si può tuttavia profilare una missione dei caschi blu Onu sotto la bandiera dell’intervento umanitario.

Gianluca Barbato

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