Sara Tommasi, abbiamo visto il film. E non chiamatelo porno

Il T-day. Il giorno dell’uscita del film di Sara Tommasi. Inutile nascondersi dietro ad un dito (giacché l’altra mano sarà presumibilmente occupata), soprattutto con chi fa web-journalism: i dati delle pagine più cliccate in questi giorni propendono in maniera imbarazzante – numericamente, ma non solo – verso gli articoli dedicati alla musa di Alfonso Luigi Marra.

E nel giorno in cui l’opera prima della 31 enne umbra invade il web, non c’è che un solo commento a tutto ciò: auguriamoci che sia anche l’ultima. Sara “recita” in solitaria, in compagnia di un’altra attrice per una scena lesbo e poi in compagnia (multipla) maschile. Ma i risultati sono onestamente imbarazzanti in tutti i campi.

L’esordio sullo schermo a luci rosse avviene con una battuta che passerà alla storia del trash: «Ciao, sono Sara Tommasi e ciuccio bene i vasi». Roba da far venire i capelli bianchi (di vecchiaia) a Jenna Jameson. Dopo averci informato – per la gioia dei suoi concittadini – che Terni è una città noiosissima, Sara ci ricorda le sue tre “s” soldi, sesso e successo e passa in fretta all’azione. Magari. La Tommasi utilizza un sex-toy come se si stesse strusciando addosso carta vetrata, e con meno voluttuosità se possibile.

Per la prima volta ci si imbarazza davvero vedendo un porno e non per la tipologia dei contenuti, ma per la qualità degli stessi. Nella scena lesbo, la povera ragazza (non la Tommasi, ma l’altra attrice) le prova tutte per suscitare nella partner una reazione degna del bollino vm18, ma la vuotezza dell’espressione di Sara rafforza i dubbi di chi parlava di alterazione psicofisica della ex showgirl.

Né si migliora quando in azione arrivano i partner maschili: dall’apparizione sullo schermo del primo attore alla genuflessione orale della Tommasi passano 12 secondi (cronometrati). E da quel momento in poi, per dirla alla Califano, «tutto il resto è noia».

Il chirurgo estetico ha reso il décolleté della Tommasi più naturale di quanto sia stata la partecipazione psichica e fisica dell’attrice all’intera durata delle riprese. Il che è tutto dire. Sara contro tutti (ormai il web ha deciso, il porno si chiama così) è un’offesa a chi nel mondo nel porno ha fatto carriera, ma, soprattutto, un campanello d’allarme per chi a Sara Tommasi vuole un minimo di bene: un genitore, un cugino, un parente alla lontana, un criceto. Vederla allo sbando completamente incapace di gestire le proprie azioni – e non si parla solo dello pseudo-film – è qualcosa che va ben al di là del mero parere artistico.

Sara contro tutti o Il mio primo film hard, o chiamatelo un po’ come vi pare, passerà purtroppo alla storia. Rischiando di affossare (immeritatamente e speriamo solo nel breve periodo) la popolarità del leggendario homemade americano di una star che si era rifatta molto di più della Tommasi, ma che gli occhi fuori dalle orbite li ha fatti saltare davvero agli italiani: miss Pamela Anderson. A noi resterà più che altro una ineccepibile mossa di marketing, che sicuramente farà schizzare verso l’alto (almeno) il budget della casa produttrice. E la battuta finale è talmente tanto scontata che neppure i saldi servirebbero a restituirle dignità.

Il dilemma è radicale, perché qui, ormai, stiamo parlando di un fenomeno mediatico tutt’altro che trascurabile. Le migliaia e migliaia di voci messe in circolazione dagli italiani più o meno medi han fatto si che il mezzo briciolo di cervello che resta della Tommasi sia ormai riuscito ad entrare di diritto, anche solo per nominata, nell’interminabilmente esplorabile marasma di soggetti da produzione “hard”. Ciò non significa, dunque, che il prodotto valga almeno quanto la ripugnante ossessività della propaganda che lo ha anticipato.

Sembrerebbe una sciocchezza, ma il problema, per contro, è anche abbastanza serio e lede, se vogliamo, la serietà di chi un certo mestiere lo fa e lo ha sempre fatto per professione. Si tratta di una situazione esattamente paragonabile a scene di vita quotidiana: è un po’ come ritrovarsi il compagno di scuola più imbecille di sempre come superiore sul proprio posto di lavoro da un momento all’altro, senza sperimentabile ragione. O meglio: sembra di essersi appena laureati in giurisprudenza e subito ritrovarsi surclassati, in un importante concorso istituzionale, da un emerito ignorante solo perché ben sostenuto da raccomandazioni di sostanziale rilievo. Insomma, adesso è proprio il caso di dirlo: anche il mondo del porno può dirsi, a questo punto, intasato da un certo marciume propagandistico e, pertanto, assolutamente scarso in termini qualitativi.

Già. Perché, signore e signori, siamo, qui, dinanzi ad una tangibile dimostrazione di come anche il lato “a luci rosse” dell’industria cinematografica continui a subire una così sprezzante mancanza di rispetto. Le reali “eminenze autoriali” del settore, dunque, staranno già storcendo il naso o rivoltandosi nella tomba. Si, perché anche l’ “hard” ha avuto le sue punte di diamante: si andasse, per cortesia, a rispolverare l’accuratezza fotografica e la maestria da composizione profilmica con la quale il dio nostrano Mario Salieri organizzava scena e “azione”, se davvero si vuole sapere cos’è e come si “opera” una vera “fellatio” con tutte le rispettive derivazioni sceniche. Si andasse a riprendere vere e proprie pellicole d’autore come Dracula o la saga di trame partenopee (Napoli, Capodanno in casa Curiello) del suddetto padrino ispiratore se davvero si è intenzionati a capire come dovrebbero effettivamente funzionare le più pure dinamiche di genere (se proprio non si vuole esplorare le primordiali radici che risiedono oltreoceano in una vera e propria bibbia di mostri sacri, da Gola profonda alle storiche avventure di Jenna Jameson e Sylvia Saint).

Siamo lontanissimi (anzi, è un peccato mortale solo azzardare il paragone) da divinità quali la compianta Moana Pozzi, SelenIlona Stahler, Jessica Rizzo o Milly D’abbraccio, tanto per fare qualche nome d’importanza condivisa per decenni di spensierati viaggi in dimensioni terze. Così come non si sfiora neanche l’estro di novelle avventrici diversamente ma non meno specializzate (Michelle Ferrari, Roberta Gemma, Elena Grimaldi, Bambola e via discorrendo).

Certo, anche quello del cinema “hard” è, a tutti gli effetti, un settore in netta crisi tanto di concrete possibilità produttive (quanti di voi non aprono almeno una volta al giorno Youporn o XHamster?!) quanto di “contenuti”. Su tutti i fattori, a prevalere è proprio una drammatica e sconcertante mancanza qualitativa, automatica spiegazione per una virale propensione verso un eccessivo risparmio sia di idee che di tecnologie, il che, onestamente, toglie ingiustamente il posto di lavoro alla bellezza non-tecnica delle spopolanti produzioni amatoriali (ultimamente estremamente dotate di un potere sensuale inarrivabile e il cui fascino è forse paragonabile alla goduria di certi appassionati rockettari nel prediligere il fruscio dei demo-tape fatti in casa).

Dunque, davvero, fateci la sacra cortesia: non chiamatelo “porno”, anche solo per una questione di intramontabile rispetto. E magari segnalate questo nuovo e così letterato astro nascente, per quanto pessimo e tutt’altro che desiderabile, ad un certo Lars Von Trier. Così, magari, mettete davvero alla prova entrambi.

Francesco Guarino

Stefano Gallone

 

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3 Risponde a Sara Tommasi, abbiamo visto il film. E non chiamatelo porno

  1. avatar
    Pippo 10/07/2012 a 11:48

    Sentite cosa dice Sara…
    http://soundcloud.com/pasfermiamolebanche/20120709-212632

    Rispondi
  2. avatar
    Escort Milano 13/07/2012 a 09:32

    Il fine ultimo è quasi sempre detenere il potere. A cosa servono notorietà e soldi se poi non puoi fare quello che vuoi?
    Il tutto ha una conclusione. Ne stiamo parlando.

    Rispondi
  3. avatar
    Stefano Gallone 13/07/2012 a 12:16

    Certo, ne stiamo parlando. Ma a che scopo?
    L’articolo vuole essere anche una sorta di tentativo di mettere un punto, si spera una volta per tutte, alla considerazione fin troppo estrema che una nazione (imbottita, per la maggior parte) di emeriti nullatenenti sta continuando a dare (così come ha sempre dato) ad argomentazioni, personaggi e stereotipi che chiamare squallidi equivale forse a complimento (in sostanza, in parte ci meritiamo quello che – non – abbiamo). E chi se ne frega, per il resto, dei reali problemi del mondo.
    In qualità di testata giornalistica ne abbiamo parlato anche noi, questo è vero. Ma lo abbiamo fatto perché abbiamo anche voluto mantenere un punto di vista più o meno equiparabile al “vediamo fino a che punto si vuole arrivare”. Questo per evidenziare anche come, gira e rigira, i discorsi che “tirano” sono sempre gli stessi. Pertanto, giungere a fare una vera e propria recensione non di un film porno ma di “questo” film porno, vuole essere stimolo a venire incontro ad un simile e (ad esser delicati) basso pensiero per analizzarlo dall’interno e tirarne fuori la vera essenza: il nulla. O meglio, la detenzione del potere del nulla. Un nulla che governa le in-coscienze individuali e che arricchisce a dismisura l’imprenditoria delle pulsioni umane.
    Ad essere santificati dovrebbero essere Pier Paolo Pasolini e Zygmunt Bauman, non Padre Pio e Wojtyla.
    Di questo passo, siamo spacciati.
    Saluti.

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