Samuele Bersani e la poesia in formato canzone

Effervescenza, autoironia e riflessione nella tappa capitolina del cantautore bolognese 

di Stefano Gallone 

Copertina di Manifesto Abusivo

ROMA – “Bersani a Sanremo è una notizia che ho dovuto rileggere due, tre volte per capire che non si trattava di me ma di quell’altro”, scrive di proprio pugno sulla pagina personale di Facebook Samuele Bersani, probabilmente l’ultimo vero cantautore del panorama italiano. Ed è proprio con un simile spunto che il suo estro autoironico, di una simpatia sorprendentemente unica e genuina, prende il largo a partire dall’affievolirsi delle luci della Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma poco dopo le ore 21, per lasciare spazio, sullo schermo retrostante il palco, ad una prima e silenziosa proiezione di titoli editoriali che, non specificando, sembrano aver preso in prestito il suo nome per riferirsi alla sfera politica. Sinceri i sorrisi e gli applausi del pubblico che accolgono l’ingresso dell’artista emiliano, ormai sulle scene da quasi vent’anni e positivamente regredito, sia come look (“con su sta roba Marlboro Country mi sembra di avere un cammello sulle spalle”, confessa) che come spirito di condivisione di se stesso per mezzo di una più che spiccata capacità di sintesi poetica, caratteristica che lo rende, forse, uno dei pochi artisti viventi a miscelare estro creativo con un formato canzone accessibile ad ogni livello spettatoriale. 

Un caso di simpatica omonimia, dunque, abbraccia il pubblico romano e fa strada al brano di apertura, la confessionale autobiografia, non a caso, di Non portarmi via il nome. Ma un attimo dopo è subito tempo della famosa Spaccacuore prima di lasciare spazio a brani appartenenti all’ultimo notevole lavoro in studio Manifesto abusivo (uscito nell’ottobre 2009) come Ferragosto e 16/9 con tanto di spiegazioni aneddotiche (“qualcuno credeva che questo brano si chiamasse 16 settembre, invece parla di una ragazza che vede la vita in modo diverso, in sedici noni”). Non mancano, poi, le pesanti critiche sottoforma di sgraziata melodia della filopolitica e reattiva Pesce d’aprile, il cui inciso (“Mi sembra impossibile da non capire, è come vivere in un pesce d’aprile”) è stampato a chiare lettere su uno dei rari elementi di merchandising che il cantautore propone al solo scopo di devolvere, come da lui ben spiegato, la totalità degli incassi ad Emergency con un sincero appello alla situazione attuale (“Personalmente preferisco donare il cinque per mille ad Emergency piuttosto che l’otto alla Chiesa Cattolica”).  

Samuele Bersani

Tra l’impegno, un filo di satira e una condivisione della propria persona degna delle atmosfere da tavolate all’aroma di un buon Lambrusco, Bersani sorride, scherza, racconta vicende legate alle sue abitudini e gioca con i casi del destino (“Possibile che il mio profilo falso su Facebook abbia venticinquemila fan mentre il mio, quello vero, dove ci sono proprio io, arriva si e no a cinquemila?!”) non rinunciando, però, a focalizzare l’attenzione sull’importanza della parola in canzoni, le sue, che, all’apparenza, possono, se vogliamo, anche rischiare di assumere il volto della noia. A tale scopo, il quarantenne emiliano non si pone limiti e cerca di scusarsi per la presenza del leggio, giustificandola in ambito di interesse poetico e portando, virtualmente, il pubblico sul palco col semplice gesto di volgere il sostegno metallico dalla parte della platea per spiegare, con sorriso, i perché e i per come delle sue parole dolci e delicate come un primo amore ma, talvolta, pesanti come i mattoni frammentati di un’anima in continua e perenne ricerca di un senso e di una posizione definitiva. E allora spazio alle perplessità della languida melodia di Un periodo pieno di sorprese prima di operare un giro di boa stilistico con alcuni dei suoi brani più famosi ed intimisti riproposti in chiave scarna e priva di arrangiamenti da studio: è lui stesso a sedersi alle tastiere per intonare, da solo, quella che fu Il mostro, prima composizione di sua firma che avvolge la sala dell’Auditorium e ne fa un tutt’uno col suo desiderio di autorivelazione, così come è sua la decisione di riproporre forse la canzone più intensa, complessa e finemente poetica di un’intera carriera, Replay, declamandola sulla superficie del solo suono di pianoforte.

Non tarda ad arrivare la forte richiesta, subito accontentata, della meravigliosa Giudizi universali e non si tarda a regalare alla platea un attimo di sorriso con la simpaticissima Ragno, scritta e proposta sul palco in compagnia del giovane artista romano Angelo Conte, per poi lasciarsi andare alla presumibile gioia del gradimento e scendere dal palco per ricevere, di persona, l’abbraccio di un pubblico che lo ha applaudito, senza riserve, dal primo passo in scena fino all’ultima nota eseguita.

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