Sakineh: la sentenza potrebbe essere sospesa

Ancora sviluppi per quanto riguarda il caso di Sakineh Mohammadi Ashtiani: già domenica scorsa Fars da Malek Ajdar Sharifi, alto funzionario della Giustizia iraniana della provincia dell’Azerbaidjan orientale, aveva annunciato che a causa dell’ambiguità di alcune prove raccolte, e di tutta la vicenda, la pena potrebbe essere sospesa: «Nei casi in cui un omicida confessi chiaramente il suo crimine e le prove confermino la confessione è facile emettere un verdetto. Ma in questo caso, in cui l’accusata nega o giustifica le sue azioni e ci sono dei punti oscuri nelle prove, il procedimento può prolungarsi nel tempo».

Poche ore fa Ramin Mehman-Parast, portavoce del Ministro degli Esteri iraniano, ha dichiarato che la magistratura farà del suo meglio per commutare la pena ed evitare l’esecuzione, ma il portavoce ha anche condannato l’ingerenza del mondo Occidentale nella vicenda e le pressioni politiche che l’Iran ha subito da quando il caso Sakineh è esploso.

Certo anche il governo iraniano sta facendo pressione e proprio sulla stessa Sakineh che il 1° gennaio ha avuto il permesso di uscire dal carcere per incontrare i figli e tenere una conferenza stampa con alcuni giornalisti stranieri.

Durante l’incontro, la donna ha dichiarato di non approvare il modo in cui il suo caso è stato strumentalizzato dai media e dai governi di tutto il mondo, e ha annunciato la sua intenzione di querelare i due giornalisti del Bild che si sono occupati di tutta la vicenda – rinchiusi, proprio per questo motivo, in un carcere iraniano dallo scorso ottobre – la legale Mohammad Mostafaie, che ha seguito il caso, nonché Mina Ahadi – attivista residente in Germania che ha sostenuto la sua liberazione – e l’uomo che l’avrebbe coinvolta nell’omicidio del marito, il suo ex amante.

Perché Sakineh abbia scelto di agire in questo modo e quali siano le pressioni cui è sottoposta non sono concetti di facile e immediata comprensione.

La storia di Sakineh Mohammadi Ashtiani è iniziata nel maggio 2006, anno in cui è stata condannata da un tribunale di Tabriz a ricevere novantanove frustate per il reato di relazione illecita con due uomini, dopo la morte del marito. La sentenza fu eseguita, ma a settembre dello stesso anno Sakineh fu nuovamente condannata per concorso in omicidio, quando un tribunale penale accusò uno dei due uomini di aver ucciso il marito. Il tribunale emise un verdetto di colpevolezza e la condannò alla lapidazione per aver commesso omicidio e adulterio. La condanna a morte fu confermata dalla Corte Suprema iraniana nel maggio del 2007, ma l’esecuzione venne rinviata.

Nell’agosto dello scorso anno un programma televisivo mandò in onda la piena confessione della donna, sia per l’adulterio che per l’omicidio, sebbene esistano forti dubbi sull’attendibilità della confessione a causa delle torture a cui Sakineh sarebbe stata sottoposta nei due giorni precedenti all’interrogatorio.

Le ultime notizie risalgono a dicembre, quando si diffuse la notizia della scarcerazione di Sakineh, di suo figlio e del suo avvocato, notizia smentita il giorno dopo da una televisione iraniana che ha spiegato che la condannata è stata condotta fuori dal carcere solo per una ricostruzione video della scena del crimine sul luogo del delitto.

Nell’attuale stato di cose permane l’incertezza per una condanna erroneamente eretta a simbolo di una lotta che dovrebbe impegnare costantemente i Paesi di tutto il mondo.

Francesca Penza

Foto via:  www.gliitaliani.it, www.blog.italybox.com, www.freenewsonline.it

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