Sacro Gra. La Roma sommersa di Gianfranco Rosi – Recensione

La locandina del film "Sacro Gra" (comingsoon.it)

La locandina del film “Sacro Gra” (comingsoon.it)

«Un tale vocio ha un significato. Anche se è un devastante significato». Questa è una delle frasi forse più rappresentative di Sacro GRA, il film documentario di Gianfranco Rosi uscito vincitore alla settantesima Mostra d’arte cinematografica di Venezia. Il Palmologo che la articola è uno dei personaggi scelti da Rosi per il suo strabiliante racconto. Ce l’ha con il punteruolo rosso, che richiama i suoi simili alle orge e al pasto indegno della pianta. Ma è una di quelle metafore che ci è parsa capace di suggerire l’intero fil rouge dell’opera, o quantomeno il suo comune denominatore. E noi questa impressione abbiamo deciso di assecondarla. Sì, perché Sacro GRA è un film che si confronta con quella parte della città soverchiata dal rumore e dalla velocità. Dall’impellenza del movimento, attorno al quale vivono ecosistemi solo apparentemente aggiunti, mai casuali. E l’intuizione è giusta se si pensa che la stessa conferenza stampa è stata voluta da Rosi giusto al confine del GRA, attorniata e disturbata da quegli stessi rumori che lo hanno accompagnato fedelmente durante gli ultimi due anni.

È difficile raccontare Sacro Gra. Perché resta una fedele osservazione di tutto ciò che potenzialmente circonda Roma, anzi partecipa a Roma perché, come dice saggiamente ancora una volta il Palmologo Francesco, per capire il Grande Raccordo Anulare di Roma, occorre porsi un po’ come Alice nel paese delle Meraviglie, ovvero considerarlo uno specchio, cui bisogna necessariamente passare attraverso per poterlo comprendere.

Nato come fluido di passaggio per meglio organizzare una città, il GRA è infine diventato una forma di censura di Roma stessa, che ha isolato mestamente individualità dimenticate che Gianfranco Rosi ha saputo riportare alla luce dell’attenzione, senza la presunzione di un giudizio, restando, per quanto possibile, fedele ai passi mossi anni prima da Nicolò Bassetti, paesaggista dei luoghi che hanno perso la loro memoria.

Bassetti, infatti, quando incontra Rosi, ha già compiuto a piedi il suo pellegrinaggio intorno ai 300 Km del Raccordo di Roma e ha già capito che sul GRA, più che orientarsi, è necessario perdersi in quanto luogo con una sua identità da scoprire, che riassume i caratteri contraddittori della Capitale. Dai suoi incontri e la sua mappatura prende forma, quindi, il racconto che Gianfranco Rosi ha quest’anno portato a Venezia, definito solo al termine di un lungo processo di avvicinamento, non solo tra se stesso e le individualità raccontate, ma anche verso l’idea di quel che aveva intenzione di rappresentare. Il resto, è venuto da sé: due chiacchiere, inciampi casuali, storie incontrate lungo la via; ed ecco, quindi, un nobile piemontese e sua figlia laureanda, assegnatari di un monolocale lungo il Raccordo, il botanico Francesco, un principe moderno, un barelliere di primo soccorso che presta servizio lungo l’anello autostradale e un anguillaro che vive e pesca all’ombra del GRA. Tutti accomunati dal Grande Raccordo, collettore di storie a margine di un universo in espansione.

Ne è uscito un lavoro notevole, fatto di sfumature e ritmi autentici che si muove dietro una camera spaventosamente invisibile con la quale senza dubbio è necessario complimentarsi. Tutto questo ci conferma come Roma sia capace di imporsi come un cinema naturale a cielo aperto, che nell’insieme dei suoi pro e dei suoi contro mostra realtà sorprendenti. Chiunque vive a Roma infatti, conosce la difficoltà di relazionarsi con il mostro di asfalto e traffico che è la Capitale e sa anche perfettamente che la stessa pena con la quale quotidianamente ti strugge, sa essere dimenticata al comparire delle prime luci del tramonto, che riescono sempre magicamente ad addolcire la devastazione frenetica della vita diurna romana.

Il cast di "Sacro Gra" a Venezia (zimbio.com)

Il cast di “Sacro Gra” a Venezia (zimbio.com)

Allo stesso modo, la Capitale insegna fin da subito a chi ne è ospitato che la vita dentro i suoi angoli è infinita e nasconde il mondo intero; un mondo che, a Roma, fortunatamente, è quasi sempre pronto a raccontarsi. Forse perché Roma insegna anche a non risparmiarsi, perché lei per prima non risparmia nessuno. Nell’insieme degli scorci che la Capitale regala, quelli proposti da Rosi sono solo più lontani dai nostri quotidiani percorsi, e a lui va il sentito ringraziamento per averli scovati per noi. Molto più de La Grande Bellezza, insomma, film al quale va inevitabilmente il pensiero e il commento comune (ma non il paragone, sia ben chiaro!), Sacro Gra sembra riuscire a parlarci di Roma, facendone un ritratto attuale e naturale, che non è fatto di rossi purpurei ma che conserva quel numero inverosimile di espressività che alle volte non occorre scrivere per invenzione, ma che basta ricercare tra ciò che c’è già, appena poco più in là del nostro naso.

Neanche a dirlo, non v’è un finale da ricercare in Sacro GRA, perché tutto finisce così come è cominciato: scorre. E come rispondono il Palmarolo Francesco e con lui tutti gli altri protagonisti a chi domanda se si aspettano qualcosa di diverso dopo questo importante risultato veneziano: «A me nun me cambia niente. Nessuno me po’ cambià la vita mia». Ed è probabilmente questo che cercava Nicolò Bassetti e che Gianfranco Rosi ha provato (e possiamo dire sia anche riuscito) a dimostrarci.

Se si sceglie di vedere Sacro Gra, probabilmente si avrà la fortuna di osservare il suo asfalto e i suoi dintorni con occhi diversi. E se capitate sul GRA da domani, date un’occhiata ai cartelloni luminosi in alto, perché renderanno un omaggio al Leone D’Oro conquistato.

(Foto: comingsoon.it / zimbio.com / panorama.it)

Valentina Malgieri

@V_Malgieri

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