Ruby, Meredith, Garlasco, Cogne: l’incertezza del diritto

L'assoluzione di Berlusconi per il caso Ruby, gli omicidi di Meredith, Garlasco e Cogne. In Italia il diritto sabota se stesso e non è più certezza

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Una toga appesa in un’aula di tribunale: la giustizia processa se stessa (marcodimaio.info)

Scandalo. Silvio Berlusconi assolto in appello per il processo Ruby. Assolto – e si badi, la legge Severino qui c’entra ben poco – dal reato di concussione perché il fatto non sussiste” e dall’accusa di prostituzione minorile “perché il fatto non costituisce reato”. Una assoluzione piena ed una conferma sulle abitudini sessuali di Berlusconi, che ha fatto sesso con una minorenne di dubbia moralità, ma ciò non è reato. Il problema? Duplice, se ci limitiamo al solo Rubygate. Ma ben più ampio se ci ricordiamo di quello che la giustizia italiana ha combinato negli ultimi anni sui processi dalla maggiore rilevanza mediatica: l’omicidio di Meredith Kercher, il delitto di Garlasco di Chiara Poggi e il caso Annamaria Franzoni a Cogne.

RUBY - Al netto dell’inevitabile ricorso in Cassazione, i pm hanno puntato su due cavalli sbagliati per mettere spalle al muro Berlusconi: la roboante e mediatica accusa di prostituzione minorile – che tocca la chiacchierata e conosciuta sfera sessuale dell’ex premier – e quella “tecnica” (ma più grave) di concussione, ossia le pressioni fatte da Berlusconi per ottenere la scarcerazione immediata di Karima El Mahroug, alias Ruby, alias “la nipote di Mubarak”. Tutte e due sciolte come neve al sole. O meglio (anzi peggio) sconfessate dopo il primo grado, quando Berlusconi era stato riconosciuto colpevole di entrambi i reati e condannato complessivamente a 7 anni di reclusione. Ma a fare male più di tutto la giustizia italiana è ciò che si legge nel dispositivo della sentenza.

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“Ruby” e Silvio Berlusconi

Perché se “il fatto non costituisce reato” della prostituzione minorile non è un’assoluzione piena (l’imputato ha commesso il fatto, ma non costituisce reato in quanto manca l’elemento soggettivo di dolo colpa o preterintenzione, oppure – probabilmente – è presente una causa di giustificazione che elimina l’antigiuridicità del fatto), la formula “il fatto non sussiste in merito alla concussione è un colpo da ko per la procura di Milano e per il sistema giuridico italiano. Il fatto non sussiste è una formula di assoluzione piena. Significa che il reato non ha trovato riscontro nel dibattimento, o non è stato proprio commesso.  Com’è possibile che lo stesso fatto venga riconosciuto reato con una sentenza di primo grado e si ribalti in una assoluzione piena in secondo grado? Dovremmo esserci abituati, tutto sommato.

OMICIDIO MEREDITH KERCHER - L’omicidio di Meredith Kercher è un piccolo capolavoro della giustizia italiana. In primo grado vengono condannati Rudy Guede (concorso in omicidio e violenza sessuale) a 16 anni di carcere, Amanda Knox a 26 anni e Raffaele Sollecito a 25 anni per omicidio e violenza sessuale. Quello di Guede è un processo con rito abbreviato, è reo confesso ed è una condanna definitiva. La Knox e Sollecito non confessano e si va in appello. Lì succede l’incredibile: Amanda Knox è condannata solo per calunnia a 3 anni di carcere (già scontati), ma sia lei che Sollecito vengono assolti con formula piena: non hanno commesso il fatto, scarcerazione immediata. In pratica c’è un condannato per concorso in omicidio e basta. Cioè sappiamo che qualcuno ha ucciso Meredith con qualcun altro, ma non sappiamo più chi sono gli altri.

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Raffaele Sollecito e Amanda Knox

Finita qui con un “errore giudiziario”? No e sì. Perché l’errore giudiziario c’è, ma è quello di secondo grado. La Procura Generale della Repubblica di Perugia presenta ricorso in Cassazione contro la sentenza di assoluzione e, in data 26 marzo 2013, la Cassazione annullato le sentenze di assoluzione del grado di giudizio precedente, rinviando il processo dinanzi alla Corte d’assise d’appello di Firenze. Il dispositivo della sentenza contiene una dura critica sulle illogicità, omissioni e contraddizioni che caratterizzavano la sentenza d’appello. Praticamente la giustizia smentisce e condanna se stessa. Il 30 gennaio 2014 (chi l’avrebbe mai immaginato?) la Corte d’Assise d’Appello di Firenze conferma la colpevolezza degli imputati e, anzi, aumenta la condanna per Amanda Knox, portandola a 28 anni e 6 mesi di reclusione. Ora si va in Cassazione, con due possibili assassini prima incarcerati e ora a piede libero. Dopo che la giustizia ha fatto ricorso contro se stessa.

L’OMICIDIO DI GARLASCO - Chiara Poggi viene uccisa a 26 anni a Garlasco il 13 agosto del 2007, è stato riaperto. Unico imputato il suo ex fidanzato, Alberto Stasi. Assolto in primo grado, assolto in appello. Sembra non essere lui l’assassino e il delitto si incammina tristemente verso il cassetto dei delitti irrisolti d’Italia. La Cassazione ci vuole vedere meglio, per così dire: «evidenti illogicità» e «sopravvalutazione della prova scientifica» nella sentenza della Corte d’Appello. Si torna in Appello e, dopo sette anni, il nuovo colpo di scena. I pedali delle biciclette di Alberto Stasi sarebbero stati scambiati. Su quella nera, mai sequestrata dagli inquirenti, ma vista da una testimone davanti alla casa di Chiara Poggi, sarebbero state montate parti di un altro mezzo, già requisito, su cui era stato trovato il Dna della vittima.

Alberto Stasi

Alberto Stasi

L’apparato della giustizia sabota due volte se stesso, prima con una sentenza all’acqua di rose, poi “dimenticandosi” di un indizio potenzialmente fondamentale che ora farà riaprire il dibattito. Non sequestrato dal maresciallo della locale stazione dei carabinieri, Francesco Marchetto, perché «non corrispondeva alla descrizione della testimone». Sarà appello bis.

IL DELITTO DI COGNE - Di Cogne se ne è parlato e straparlato, a suon di lacrime in tv e plastici da Bruno Vespa. Nel caso di Annamaria Franzoni, condannata con sentenza definitiva, la giustizia compie il suo tipo di autosabotazione peggiore. Quello che la delegittima agli occhi della gente non attraverso un errore – umano o giudiziario, ma magari correggibile – bensì attraverso la percezione della (in)certezza della pena. La Franzoni ha ucciso in casa propria suo figlio, il piccolo Samuele Lorenzi. Condannata in primo grado a 30 anni, gli anni di reclusione furono ridotti a 16 per “attenuanti generiche”. In carcere – le porte delle celle si sono spalancate per lei solo dopo la conferma in Cassazione del 2008 – la Franzoni ci ha passato meno di 6 anni. È stata scarcerata dopo il via libera dato a seguito di una perizia che escludeva categoricamente il rischio di recidiva. Ha ucciso il figlio e non lo rifarà più. Meno male, va’. Ovviamente già da tempo tuttavia godeva del beneficio del lavoro all’esterno, oltre a numerosi permessi premio che le consentivano di stare con la famiglia. Con la parte che non ha sterminato, s’intende.

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Annamaria Franzoni (sky.it)

BUONANOTTE GIUSTIZIA - Pubblici ministeri che fanno a gara a chi la spara più grossa per conquistare i titoli dei giornali con i capi di imputazione, dimenticandosi che le eventuali sentenze di assoluzione avranno la stessa risonanza. Giudici che dicono e si contraddicono, che fanno la lotta, che non considerano le prove acriticamente o che, “con l’aiuto degli inquirenti”, dimenticano prove potenzialmente esplosive che possono far riaprire un intero processo. Una macchina giuridica che dovrebbe lavorare e cooperare per procedere nella stessa direzione ed invece fa guerra intestina ai propri protagonismi e alle proprie imperfezioni. Un ingranaggio lento per il popolo e vorticoso per i popolari, che non riesce a garantire la certezza della pena o che, quando lo fa, restituisce alla vita di tutti i giorni quelli che fino a 5 minuti prima credevamo essere assassini dei propri figli o delle proprie fidanzate.

La certezza del diritto è il principio in base al quale il diritto deve ricevere una applicazione prevedibile. A fronte di una violazione di una norma, al netto di attenuanti e sottili interpretazioni giuridiche oggettive e non soggettive, deve seguire l’applicazione della sanzione che la norma stessa ha stabilito per la sua violazione. La giustizia in Italia sta sabotando se stessa e il diritto. Ci siamo ridotti a “fare il tifo” per le condanne o a insultare i giudici che non sbattono in gabbia il nostro nemico. Ma il diritto non è una partita di calcio e l’aula di tribunale non è uno stadio. Il problema è che anche qui sta iniziando a vincere il più forte. Mentre federazione, arbitro e guardalinee litigano tra loro. 

Francesco Guarino
@fraguarino

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