Romano Prodi al Quirinale, molto più che un’ipotesi

Romano Prodi, 73 anni, potrebbe divenire il prossimo inquilino del Quirinale

Roma – Fra 13 giorni, la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini convocherà il Parlamento in seduta comune integrato da 58 delegati regionali, per dare il via all’elezione del prossimo presidente della Repubblica. In questi giorni, complice un’indiscrezione – poi non confermata – sulle dimissioni anticipate di Giorgio Napolitano (che concluderà ufficialmente il mandato il 15 maggio prossimo), il toto-Quirinale si era fatto sempre più forte, con una ridda di nomi senza precedenti, che ha spaziato tra candidature politiche, sociali e puramente propagandistiche.

In queste ultime ore, tuttavia, è tornato prepotentemente di moda sulle pagine dei giornali il nome di Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio dei Ministri, presidente della Commissione Europea e dal 2008 a capo di una sinergia Onu-Unione Africana per il coordinamento delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Esperienza, alto profilo internazionale e profonda conoscenza dell’economia, materia fondamentale negli ultimi anni, lo renderebbero un candidato più che valido per occupare lo scranno quirinalizio.

Tuttavia, non dobbiamo dimenticare di essere in Italia. Il paese delle contraddizioni e delle campagne elettorali contra personam, dove il continuo dibattito tra Prodi e Berlusconi, avversari nelle urne e fuori di queste, renderebbero anche un candidato in pectore come Prodi una possibile causa scatenante di conflitti parlamentari.

È risaputo, infatti, che il centrosinistra e la coalizione Italia. Bene Comune stia subendo in questi giorni un effetto regressivo rispetto ai risultati elettorali: vuoi per la decisione di Napolitano di allungare i tempi di formare un nuovo governo, vuoi per l’impossibilità del segretario Bersani di riuscire a compattare una maggioranza con chi non lo vuole, vuoi anche per il pedissequo (politicamente corretto, moralmente esecrabile) rifiuto di collaborare con il PdL.

Per questo motivo, proporre l’elezione di Prodi, uomo capace di pluralismo ma chiaramente incline alle posizioni di Pd e Sel, potrebbe essere vista dall’elettorato come una presa di coscienza di Bersani e del Pd rispetto alle proposte elusive e aleatorie delle due opposizioni: eleggendo Prodi, si metterebbe a tacere il “bisogno disinteressato” di Berlusconi di un governo di Große Koalition e si dichiarerebbe scacco matto al Movimento 5 Stelle, costretto a sostenere Prodi per contribuire alla strategia “contro Silvio” che, nelle intenzioni dei riformisti italiani, dovrebbe togliere voti alla coalizione di centrodestra, che per contro nei sondaggi appena pubblicati è vista in ennesimo recupero.

Nel frattempo, però, restano a galla nomi più “moderati”, espressioni cioè del costituzionalismo più puro e autentico che trovano in Stefano Rodotà (giurista, ex vicepresidente della Camera ed ex parlamentare a Strasburgo) e Gustavo Zagrebelsky (già presidente della Corte Costituzionale, docente di diritto costituzionale, uno dei maggiori difensori in materia di laicità dello Stato) due candidati che, pur non noti ai più come i politici, contribuirebbero a portare al Quirinale un settennato di altissimo profilo. Con buona pace dei rottamatori e di chi pronuncia da tempo extra omnes laici.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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