Romania, a processo per genocidio un ex gerarca comunista

La prigione di Râmnicu Sărat, dove per anni furono rinchiusi i leader della lotta anticomunista

La prigione di Râmnicu Sărat, dove per anni furono rinchiusi i leader della lotta anticomunista

Bucarest – Dopo il processo lampo che portò alla condanna a morte di Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena, nel 1989, la Romania non ha più conosciuto altri procedimenti giudiziari per genocidio. Ecco perché l’apertura di un nuovo processo, nel quale è imputato Alexandru Visinescu, direttore del carcere di Ramnicu Sarat dal 1956 al 1963, è considerata un evento storico e mediatico.

In questo carcere, infatti, venivano imprigionati durante i primi anni della dittatura comunista filo-sovietica i leader della politica anteriore, quando nel paese balcanico era in vigore una monarchia costituzionale con a capo Michele I (che ancora oggi, nonostante il paese sia repubblicano, è amatissimo dagli ormai ex sudditi), in un clima di terrore violenza continuati. Celle singole e distanziate per evitare qualsiasi contatto, maltrattamenti nei confronti di detenuti disabili e assoluta assenza di cure sanitarie per gli infermi.

Aurora Dumitrescu, che oggi ha 82 anni, racconta i suoi sei anni di prigionia a Ramnicu Serat con ancora il terrore negli occhi. Arrestata dalla Securitate, la polizia del regime di Ceausescu, per resistenza anticomunista, fu descritta come «chiacchierona, astuta e bugiarda» nella sua scheda giudiziaria, dopo una serie di interrogatori nei quali non era raro il ricorso alle torture, dal fuoco sul volto a occhiali di ferro affinché non potesse capire dove si trovava. La vita in carcere era terribile: celle piene di acqua, quasi senza vestiti e con scarse razioni di cibo distribuite ogni tre giorni.

Ma per la d0nna, quello che importa oggi non è la condanna di Visinescu, quanto piuttosto che la memoria delle violenze comuniste venga finalmente a galla. «Nulla potrà ridarmi la gioventù», afferma alternando sorrisi e sguardi di dolore, «il mio obiettivo è che i romeni sappiano quello che è successo. Adesso i giudici hanno preso un capo della corda e spero che inizino a tirare, servirà affinché si conosca il passato».

Fino ad oggi, Visinescu ha vissuto come qualsiasi cittadino libero, in un piccolo appartamento a poca distanza da uno dei parchi più frequentati della città di Bucarest. Intervistato, ha dichiarato di sentirsi innocente: «Sono innocente. Che siano giudicati i colpevoli, però perché io? Ovunque vado mi accusano di essere un criminale assassino. Non mi preoccupa il giudizio dei giudici, quanto lo scandalo che si è creato». Visinescu nega anche di aver mai torturato o fatto torturare nessuno a Ramnicu Serat, e che le condizioni della detenzione erano normali, anche per Coposu e Diaconescu, due dei più influenti leader della resistenza anticomunista.

I giudici saranno in ogni caso chiamati a un lavoro lungo e complesso, che tuttavia non porterà ad alcun risultato concreto nei confronti dell’ex direttore del carcere, che ha 88 anni e dunque non potrebbe essere incarcerato. Una situazione che ricorda quella di Erick Priebke, morto lo scorso 11 ottobre all’età di 100 anni, con un enorme strascico di polemiche sul testamento e la scelta del luogo dove tenere le esequie. Tra criminali, in fondo, ci sono punti di contatto.

Stefano Maria Meconi

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