Romani allo Sviluppo Economico e scoppia la polemica

Un interim che dura cinque mesi. Un nuovo ministro che viene nominato a denti stretti. E mentre gli industriali, i sindacati e cittadini aspettavano con il fiato sospeso la risoluzione della vacanza del Ministero dello Sviluppo Economico, i suoi uffici venivano snelliti

di Sabina Sestu

ROMA - Fumata bianca. Dopo 153 giorni di interim finalmente abbiamo il ministro dello Sviluppo Economico. Tutti soddisfatti? Proprio per niente. Anzi, la nomina del nuovo ministro lascia l’amaro in bocca a tanti. A partire dal nostro Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha ristretto ai minimi termini la durata della cerimonia di investitura di Paolo Romani. Niente brindisi finale, nessun discorso né prima dopo né dopo il giuramento del neo-ministro. Il presidente ha liquidato il premier, Romani e il sottosegretario Gianni Letta in meno di un quarto d’ora.

Certo il Capo dello Stato e il premier in questi ultimi mesi sono ai ferri corti, ma Napolitano aveva diverse volte sollecitato Berlusconi a riempire quel vuoto di potere in un dicastero così importante per il paese. Allora perché non brindare alla buona novella? Forse perché è una nomina ministeriale e in molti, invece, avrebbero voluto un volto nuovo, slegato dal governo e dal premier e più preparato a ricoprire un incarico così importante. O può anche essere che il nome di Paolo Romani fa storcere il naso a tanti per il suo passato nelle aziende del Cavaliere e per la sua lunga carriera nel mondo dell’editoria televisiva.  Dubbi che esterna con grande sarcasmo Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera:«con Romani siamo al trionfo del conflitto d’interessi – ha dichiarato infatti il parlamentare dipietrista - Berlusconi non solo ci ha messo cinque mesi per nominare un nuovo ministro, ma ha scelto anche l’uomo che è stato il braccio armato di Mediaset nelle istituzioni. L’uomo al quale ha affidato la tutela dei suoi interessi nell’etere, ora si occuperà della banda larga e delle frequenze televisive».

C’è la preoccupazione forte che questa nomina si traduca in una ulteriore tutela degli interessi privati del capo del governo a discapito del bene del paese. Forse è questo il motivo per cui il ministero è rimasto vacante per tanti mesi. Può darsi che Berlusconi abbia voluto fare in modo che passasse inosservato il nome che già da tempo aveva in mente, quello appunto del fedelissimo Paolo Romani. Di certo sappiamo che in questi mesi la poltrona è stata offerta a tre nomi eccellenti che hanno risposto con un “no” secco. Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Ferrari,è stato il primo tentativo fallito. Seguito da quello ancor più scenografico compiuto il 27 maggio, quando il capo del governo dal palco dell’assemblea annuale di Confindustria aveva buttato lì un «volete che Emma Marcegaglia diventi ministro?». Non c’era stato bisogno di risposte, il gelo della platea e il silenzio imbarazzato della presidentessa parlavano chiaro: “il matrimonio non s’ha da fare”.

Per ultimo si propone, certo in modo informale, anche il nome di Raffaele Bonanni, leader della Cisl. Il quale ora dice di aspettarsi dalla nuova nomina di Romani, «che il nuovo ministro convochi subito sindacati e aziende che sono stati ad aspettare soluzioni alle crisi per avere certezze sugli investimenti». Un po’ come dire che, il sindacalista ci tiene al proprio ruolo e che lui tutela i lavoratori e non fa gli interessi di governo. Così come Guglielmo Epifani che chiede l’operatività immediata del dicastero dello Sviluppo Economico, perché deve «risolvere in tempi brevi i 140 tavoli di crisi aziendali» che sono rimasti aperti in questi mesi e che attendono una risposta urgente e immediata.

Emma Marcegaglia e Luca Cordero di Montezemolo

Emma Marcegaglia e Luca Cordero di Montezemolo

Ma cosa si troverà il nuovo ministro nella sua scrivania? Molte meno dotazioni di quelle che aveva Scajola, l’ex ministro dello Sviluppo Economico costretto alle dimissioni in quanto travolto dallo scandalo sui Grandi Eventi. Durante questi mesi di interim, infatti, il ministero ha subito uno snellimento di fondi e di assegnazioni. Il Ministero degli Affari Regionali si è visto recapitare fondi UE e FAS, mentre al Ministero per il Turismo sono stati assegnati 800 milioni di fondi per il turismo.

Scelte giuste? Non si sa. Ma quello che fa veramente riflettere è la soppressione dell’Istituto per la Promozione Industriale e la riduzione di 900 milioni di euro di budget nella manovra 2011. Uno dei ministeri più importanti per l’economia del nostro paese, il pilastro portante per il rilancio industriale italiano,  per la calmierazione dei prezzi (è in questo ministero che si cura la strategia dei prezzi tramite Mister Prezzi,  il Garante per la sorveglianza dei prezzi e l’osservatorio prezzi e tariffe), l’efficienza energetica, la ricerca e lo sviluppo e tante altre importantissime funzioni, si trova ora gestito da un ministro inviso da tanti, con le ragnatele sugli scaffali e con pochissime risorse monetarie.

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