Roger Federer, trentuno anni da campione di sport e umanità

Roger Federer

Basilea – A Basilea, una delle capitali commerciali della Svizzera di madrelingua tedesca, Lynette Federer 31 anni fa dava alla luce il suo secondo figlio, Roger. Carattere fumantino sino alla fine dell’adolescenza, il giovane Roger decise di dedicarsi interamente al tennis a dodici anni, lasciando così il mondo del calcio giocato, ma non quello da tifoso.

Entrato precocemente nel tour ATP, ancora sedicenne, attese tre anni per la prima consacrazione tra i professionisti, trionfando nell’allora torneo di Milano contro il semi-sconosciuto francese Julien Boutter. Il 2001 di Roger, però, è ricordato per la vittoria negli ottavi di finale a Wimbledon, quando sconfisse il sette volte campione Pete Sampras.

La leggenda del tennis di fine secolo, e la leggenda d’inizio secolo si erano idealmente passati il testimone. Dal 2003 al 2009 il discepolo di Pistol Pete avrebbe via via sottratto record a lui e ai grandi campioni del passato, fino a Wimbledon 2009 (il ruolo dei Championship non è casuale), quando dopo più di 4 ore, fissando definitivamente il punteggio sul 16-14 ai danni del malcapitato Andy Roddick (già sconfitto in altre due finali londinesi), vinse il suo 15° Slam. La leggenda sportiva, se già non fosse successo, era scritta.

Alla luce del settimo sigillo sui campi di Church Road, dopo la brutta sconfitta patita in finale olimpica contro l’idolo (scozzese) di casa Andy Murray, proprio oggi che compie 31 anni (auguri e figli maschi, avendo già due bellissime fanciulle), vale la pena soffermarsi un attimo e riflettere.

Lo sport è un mondo complesso, troppo spesso legato a logiche economiche, ad un profitto ricercato nei modi più disparati, con iniezioni di denaro (e non solo quello, purtroppo) che hanno cancellato l’agonismo e la competizione pura. Il tennis è, forse, una delle ultime isole felici per gli amanti del sudore, della fatica e del talento.

Due gladiatori che combattono per 6 ore nell’estate australiana, un campione di rara beltà estetica che sconfigge un possente sudamericano in quattro ore e mezza, il gigante americano che domina il piccolo francese dopo 11 ore di partita spalmata su tre giorni consecutivi. Sì, il tennis è davvero un bellissimo sport, una disciplina che insegna, a chi lo gioca e chi lo vive passivamente attraverso il telecomando come racchetta.

Ma Roger Federer è il tennis nel tennis. Quest’uomo, che una ricerca sudafricana (la madre proviene proprio da lì) ha eletto come seconda persona più rispettata al mondo dopo il premio Nobel Nelson Mandela, fautore della liberazione dall’Apartheid,  è il vero eroe sportivo moderno.

Un uomo che ha conquistato vette inarrivabili (quasi) per chiunque, ma che con la stessa dolcezza di un qualsiasi impiegato, al termine di una giornata di lavoro cerca la moglie per un abbraccio e un bacio. Un uomo che non ha paura di piangere davanti a tutti, o di mettersi in discussione quando capisce che le sue decisioni non hanno portato i frutti sperati. Un uomo che va in Africa per vedere i risultati raggiunti dalla sua fondazione benefica, torna con una broncopolmonite e lo dice sommessamente, quasi fosse colpa sua.

Un uomo che accetta di ridefinire le sue capacità, non si arrende a quel sorpasso generazionale che è l’incubo di tutti gli uomini orgogliosi, come un padre che vede il figlio superarlo in tutto, e combatte, prende delle sonore sberle ma poi si rialza e le restituisce raddoppiate, alza l’indice e indica che non ce n’è per nessuno, e definitivamente trionfa, alzando una coppa dorata che è la più bella tra le sette sorelle e le diciassette complessive, e ripetendo al mondo che il lavoro e l’impegno premiano più di soluzioni al di là della legalità e della giustizia, sportiva e civile.

Arrivato a trentuno anni, a Roger Federer si possono dire solo due parole, sussurrate per non dare fastidio: auguri, per la famiglia e per la vita. E grazie, per la carriera che ha condiviso con i suoi fan e con tutti gli amanti della bellezza, gli esteti appassionati e i cultori del buon gusto.

Stefano Maria Meconi

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