Robert Plant, l’imperatore a Roma: e famola ‘sta reunion

Robert Plant strappa applausi a Roma e alimenta rimpianti: c'è voglia di un ultimo ruggito con i Led Zeppelin. Scaletta e recensione del concerto

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Robert Plant sul palco dell’Auditorium Parco della Musica (Foto Francesco Guarino)

Vedere e ascoltare Robert Plant sabato sera alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma ha lasciato due rimpianti. Il primo, minore ma non indolore, è il reato di lesa maestà – reo confesso, almeno per chi era consapevole di non trovarsi di fronte ad un insensato live dei Led Zeppelin al netto di Jimmy Page e John Paul Jones – nell’addomesticare la potenza di Black Dog dietro un arrangiamento sussurato, intriso di quelle sonorità arabe ed orientali che costituiscono il presente musicale del Plant solista. Il secondo, ben più doloroso, è alimentato dalla voce del buon Robert. Perché quella, che il Dio del rock l’abbia in gloria, c’è ancora, eccome. E il suo rifiuto sistematico al tour-ossimoro di “reunion conclusiva” dei Led Zeppelin diventa un rimpianto troppo grande, per chi non era tra i 21 mila della 02 Arena nel 2007.

IL CONCERTO – Robert Plant non vuole riportare sul palco i Led Zeppelin, ma metà della setlist con The Sensational Space Shifters –  una visivamente improbabile, ma acusticamente validissima ciurma sonora, che spazia dalle eccellenti chitarre del barbuto Liam Skin Tyson fino al ritti e kologo del gambiano Juldeh Camara – è tutta made in Zep. Plant prende il palco dopo l’applautitissimo rock dei North Mississippi Allstars, trio interscambiabile voce-chitarra-basso-batteria, e coccola il sold out capitolino sin dall’inattesa e suggestiva No Quarter in apertura.

La scaletta nella cornice della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica è quella solita e inevitabilmente “corta” (11 brani più i due bis) che il frontman degli Zep si impone nei live, per non affaticare le corde vocali che l’intervento del 1974 ha significativamente intaccato. C’è spazio per due cover (la splendida Spoonful di Howlin’ Wolf e Fixin’ To Die di Bukka White) e due pezzi dal nuovo disco di Plant in uscita a settembre (Robert scherza a più riprese sulla memoria intaccata dall’età: “Il 9 settembre alle 8 o l’8 settembre alle 8?”), tra cui la suggestiva Rainbow. Ma il grosso lo fa sempre il dirigibile, che sorvola per 6 volte le teste degli spettatori.

LA VOCE ESISTE E RESISTE - I nasi si storcono per la versione light di Black Dog, ma Babe I’m gonna leave you tira fuori dalla soffitta dei ricordi uno scatolone impolverato di vocalizzi, calci al microfono e potenza sonora, che strappa gli spettatori dalle poltroncine per la standing ovation. Dicevamo: la voce c’è, eccome. Plant gestisce al meglio il proprio motore, centellinando le accelerazioni, ma senza nasconderle. Perchè Robert Plant è sempre l’animale da palco che si muove sinuoso ancheggiando al ritmo dei tamburelli. Magari ha messo da parte gli ammiccamenti sessuali, ma non l’humour british (“Sento odore di marijuana nell’aria. Mi ricorda gli anni ’70″), però è anche e soprattutto una delle voci più poderose e virtuose della storia del rock, e l’Auditorium è ai suoi piedi per lui e per “lei”.

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Robert Plant con Juldeh Camara (Foto Francesco Guarino – Wakeupnews.eu)

WHOLE A LOTTA LOVE SCATENA IL PUBBLICO - Gli indugi si rompono sul finale. I primi versi di Whole lotta love accompagnati dalla chitarra acustica fanno temere un’altra profanazione, ma il come on di Plant scatena all’improvviso tutta la potenza del riff più famoso della storia della musica e la voglia di rock repressa del pubblico. Tre quarti della platea si catapulta ai piedi del palco, in una carica che travolge gli sbigottiti uomini della security. Almeno tre generazioni braccia al cielo fino alla fine: Plant si concede per due bis sotto la pioggia (Turn it up e Rock and Roll), mentre i tecnici oscillano la mano destra all’altezza della gola indicando il cut, il segno di chiudere per preservare la strumentazione. In tutta risposta Robert restituisce il gesto al tecnico e indica la gente assiepata ai piedi del palco, come a dire “glielo spieghi tu a loro?”.

La certezza dopo la serata di Roma è più forte che mai: il vecchio leone ruggisce ancora. Un’ultima caccia nella savana del rock, da capobranco dei Led Zeppelin, è quello che tutti continuano a chiedere. Un giorno forse Robert Plant cederà, o forse non se ne farà nulla. Ma una voce così, sulla copertina di quel capolavoro della storia della musica chiamato Led Zeppelin, meriterebbe di graffiare ancora una volta, per un indimenticabile capitolo conclusivo. Non vorrà mica lasciare l’ultimo morso a Mick Jagger?

SCALETTA CONCERTO ROBERT PLANT, 12 LUGLIO 2014 ALLA CAVEA DELL’AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA, ROMA

No Quarter (Led Zeppelin)
Down to the Sea
Spoonful (cover Howlin’ Wolf)
Black Dog (Led Zeppelin)
Rainbow
Going to California (Led Zeppelin)
The Enchanter
Babe, I’m Gonna Leave You (Led Zeppelin)
Little Maggie
Fixin’ to Die (cover Bukka White)
Whole Lotta Love (Led Zeppelin) – Who do you love (cover Bo Diddley) – Whole Lotta Love
Bis:
Turn It Up
Rock and Roll (Led Zeppelin)

Francesco Guarino
@fraguarino

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Una risposta a Robert Plant, l’imperatore a Roma: e famola ‘sta reunion

  1. avatar
    Luca82 24/07/2014 a 14:33

    Bell’articolo . Io stavo tra quei 3/4 di platea che s’è spinto fino a brodo palco (e sono riuscito nell’impresa di essere in prima fila) e devo dire che il concerto è stato davvero NOTEVOLE .
    Unica nota dolente dello spettacolo , riguardando un filmato che ho fatto , la versione troppo breve di Rock And Roll (circa due minuti) . Meno male che ha piovuto alla fine , perché anche se gli organizzatori avevano garantito il concerto nella Cavea anche in caso di pioggia , dopo due raffiche hanno fatto il cenno della gola strozzata , lo stesso gesto con il quale Robert ha chiuso il concerto . Forse troppo presto ..

    Riguardo la reunion , non sono d’accodo , meglio lasciare le cose come stanno , tanto più che Jimmy Page , ha appeso da anni la chitarra al chiodo e non glie la farebbe proprio . Stessa cosa per Robert . Va bene solista , ma con i LZ è un’ altra storia .

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