Rinchiusi per paura. Franco Basaglia, lo psichiatra rivoluzionario.

Lo sguardo rivolto verso l’alto alla ricerca di un po’ d’intimità, sognando quello spazio rubato che finisce proprio là. Chi è il matto? Dipende da quale parte si chiude il cancello, dipende da quale parte del muro ci si trova. Quindi questione di punti di vista. In altri tempi bastava poco per essere rinchiusi in un manicomio e con buona probabilità restarci per tutta la vita, ma di strada se ne è fatta tanta.

Nel XIX secolo si cominciò ad avvertire il bisogno di emanare una legge che permettesse di regolare tutte le strutture manicomiali, perchè fino a quel momento questi luoghi di reclusione avevano avuto piena autonomia per quanto riguardava l’internamento dei pazienti.

Un’ispezione nei manicomi del Regno risalente al 1891 si denunciava la scarsità dei servizi igienico sanitari, la fatiscenza degli stabili, l’inadeguatezza degli strumenti di cura e, soprattutto, il sovraffollamento delle strutture. Inoltre, la mancanza di una legge nazionale che regolasse l’internamento dei pazienti, provocava una disparità sostanziale circa i requisiti necessari per poter procedere al ricovero: a Napoli, Torino, Genova e Caserta era necessaria l’autorizzazione del prefetto in base al certificato medico, a Monza era sufficiente la richiesta della famiglia, ad Ancona, Reggio-Emilia e Imola il ricovero richiedeva l’autorizzazione del sindaco.

Nel 1902 Giolitti presentò al senato un disegno di legge: “Disposizioni intorno agli alienati e ai manicomi”, allo scopo di allineare tutte le strutture verso un unico metodo senza distinzioni. La legge n. 36 venne approvata il 14 febbraio 1904 e disponeva l’obbligo di ricovero soltanto per i dementi pericolosi o scandalosi e l’ammissione doveva avvenire solo dopo procedura giuridica, salvo alcuni casi d’urgenza. La legge n.36 era sicuramente all’avanguardia per il tempo ma lasciava scoperti alcuni punti, che poi porteranno, nel 1978 alla riforma di tutto il sistema psichiatrico nazionale con la legge 180, detta “legge Franco Basaglia”.

Nel corso di questo periodo di passaggio, infatti, il Paese vide un progressivo sgretolamento del modello delineato nel 1904. Un paziente internato in manicomio poteva dire addio a un’esistenza normale: numerosissimi i casi di persone trattenute all’interno delle strutture manicomiali anche per tutta la vita, molti entravano poco più che bambini, altri, solo perché incompresi, considerati diversi, in un momento storico dove il “diverso” veniva visto solo come qualcosa da nascondere e emarginare. La situazione, era aggravata non poco da un approccio verso i disturbi mentali di tipo positivistico, si era quindi portati a oggettivare il disturbo e a racchiudere tutto all’interno di una diagnosi sommaria.

In quasi tutte le più grandi città italiane sorsero i “luoghi dell’abbandono”. In un momento di confusione generale a livello politico e sociale, non era difficile essere etichettati come “matto”, ancora più facile, forse, era cominciare a pensare di esserlo veramente. Ed ecco che il manicomio acquistava la sua ragione di esistere.

Il concetto base di queste strutture era la potenziale pericolosità sociale di tutti i pazienti ricoverati, era quindi

Il dottor Franco Basaglia

opportuno limitarli all’interno di un padiglione o di una stanza, rigorosamente circondati da cancelli o porte sempre chiuse. Le “cure” consistevano nel sottoporli, quando lo si riteneva opportuno, a cicli più o meno lunghi di elettroschok. La facilità con la quale si entrava e la difficoltà con la quale si usciva creava grandissimi problemi di sovraffollamento e comunque, in caso di dimissioni, si era abbandonati a se stessi. Difficile quindi, se non impossibile, ricominciare una vita normale o almeno dignitosa.

La crisi del sistema era evidente, si era arrivati al punto di non ritorno, bisognava dare una svolta a una situazione rimasta immobile ormai da troppo tempo.

Il cambiamento venne agevolato dalle idee rivoluzionarie di uno psichiatra nato a Venezia l’11 marzo 1924, Franco Basaglia.  Nell’ambiente medico, Basaglia, venne da subito emarginato perché non tardò ad esplicitare le sue idee considerate, da molti professionisti del tempo, troppo stravaganti.

L’idea era semplice: la psichiatria doveva cessare di essere complice di un sistema politico convinto di poter annullare le proprie contraddizioni allontanandole da sé,  segregandole, nascondendole alla società. L’obiettivo principale dello psicopatologo veneziano, era quindi quello di porre fine a questa scellerata conduzione dell’apparato d’assistenza psichiatrica in Italia e la sua battaglia culminò con la chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici. Il manicomio, diceva «ha la sua ragion d’essere nel fatto che fa diventare razionale l’irrazionale. Infatti quando qualcuno entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in  malato, e così diventa razionale in quanto malato».

Il 13 maggio 1978 in Parlamento fu approvata la legge 180 di riforma psichiatrica che prese il nome da quel “rivoluzionario” che si batté  per arrivare a questo risultato.

Oggi la situazione è notevolmente migliorata, ma ci sono ancora dei lati oscuri che devono essere affrontati, come quello degli Opg (Ospedali psichiatrici giudiziari). Recentemente un’indagine della Commissione Parlamentare sull’efficienza del servizio sanitario nazionale, nello svolgere una visita non programmata in tutti e cinque gli Opg italiani ha presentato al Senato una situazione drammatica sotto molti punti di vista: luoghi spesso decadenti, inadeguati, dove sono ancora presenti i letti di contenzione, l’arredamento il più delle volte è quello carcerario e, cosa ancora più grave, la maggior parte dei pazienti sono persone assolutamente dimissibili che potrebbero lasciare le strutture e tornare ad avere una vita al di fuori.

Verrebbe da dire che nulla è cambiato, in realtà molto è stato fatto ma, purtroppo, sul tema della sanità mentale esistono ancora molti punti d’ombra ed è necessario lavorare affinché non si ricada nella vergognosa situazione degli inizi del secolo scorso.

Mauro Foglietta

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