Riforme più Quirinale: ecco come l’Italia cambierà volto

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Secondo molti commentatori politici, si stanno facendo prima le cosiddette riforme istituzionali rispetto a quelle economiche perché sotto sotto Renzi sta pensando di andare a votare appena possibile. Può darsi. Nessuno ha la sfera di cristallo e, soprattutto, nessuno può sapere quello che pensa l’ex sindaco di Firenze. Ma, a dirla tutta, c’è un motivo molto più evidente.

LO AVEVA DETTO - Era il 22 aprile 2013, il giorno del discorso del reinsediamento di Napolitano al Quirinale. Il Presidente rieletto disse: «È ora possibile e necessario affrontare il compito di un sapiente rinnovamento del nostro ordinamento costituzionale, coerente con i suoi valori fondanti». Il 15 ottobre dello stesso anno, parlando della revisione della legge elettorale e dell’assetto costituzionale, dichiarava: «al procedere di queste riforme io ho legato il mio impegno all’atto di una non ricercata rielezione a presidente. Impegno che porterò avanti finche sarò in grado di reggerlo e a quel fine». Durante il consueto discorso di fine anno ricordò che «resterò presidente fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni me lo farà ritenere necessario e possibile, e fino a quando le forze me lo consentiranno. Fino ad allora e non un giorno di più, e quindi di certo per un tempo non lungo». Insomma, il Presidente della Repubblica, da quando Bersani Monti e Berlusconi lo andarono a pregare di ritornare al Quirinale, ha fatto chiaramente capire che sarebbe rimasto fino all’approvazione della nuova legge elettorale e delle riforme istituzionali. Poi non aspetterà un attimo prima di andarsi a godersi la pensione. Il prossimo 29 giugno, infatti, Napolitano spegnerà ben novanta candeline. Considerano i tempi tecnici che ci vogliono per le quattro letture più l’eventuale referendum, ci dovrebbero volere poco meno di due anni. Ma considerando che l’Italicum verrà approvato entro l’anno e che in terza e quarta lettura il ddl costituzionale non può essere emendato, non è da escludere che fra un anno il Presidente della Repubblica non si chiamerà Napolitano.

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DALLA DIFESA AL QUIRINALE - Il presidente del Consiglio Renzi sostiene che si andrà a votare non prima della scadenza naturale della legislatura, cioè nel 2018. Questo significa che il successore di Napolitano verrà eletto dall’attuale Parlamento in cui nessuna forza politica è in grado di poter scegliere il futuro Capo di Stato senza accordarsi con qualcun altro. Il candidato in pectore già c’è, e si chiama Roberta Pinotti, l’attuale ministro della Difesa. A fare per prima il suo nome, fu Maria Teresa Meli, giornalista del Corriere della Sera. E la Meli non è una sprovveduta, è una che sa il fatto suo e che fa benissimo il suo mestiere. Sempre rimanendo in tema Quirinale, fu l’unica che prima dei giorni in cui vennero bocciati Marini e Prodi prima di richiamare Napolitano, scrisse che dentro al Partito Democratico il nome di Prodi non entusiasmava proprio tutti. Ci azzeccò anche con i numeri: «Come se non bastasse, anche il piano B di Bersani ha molti oppositori. L’ipotesi di andare a votare Prodi, coinvolgendo così almeno una parte dei grillini, rischia di non funzionare. Ben 120 tra senatori e deputati del partito sono pronti a sottoscrivere una lettera pubblica per bloccare questa operazione». Mai previsione fu più precisa.

SEMBRA GIÀ FATTA - Anche Luigi Bisignani, uno che conosce bene il potere italiano, ha fatto una predizione: «La Pinotti? Sarà lei la prossima inquilina del Quirinale». Non è un mistero che la genovese classe 1961 piaccia anche ad alcuni esponenti del centrodestra. Poco tempo fa, in una trasmissione televisiva, il deputato di Fratelli d’Italia Guido Crosetto disse chiaramente che l’avrebbe votata. E poi non bisogna sottovalutare il fatto che è una donna. Renzi, infatti, difficilmente si lascerebbe sfuggire l’opportunità di essere ricordato come il segretario del Pd che ha contribuito in maniera decisiva a far eleggere il primo Presidente della Repubblica donna nella storia d’Italia. E comunque, le alternative non sono credibili. A Draghi non glielo fa fare nessuno di lasciare la presidenza della Banca centrale europea. Veltroni rischia di fare la fine di Prodi e Delrio, a parte il Pd, non lo voterebbe nessuno. Gli interrogati principali sono due. Primo: che ruolo avrà Berlusconi nella scelta del prossimo Presidente della Repubblica? Il voto di Forza Italia sull’Italicum e sulla riforma del Senato verrà in qualche modo premiato? In tal caso, quello della Pinotti è un nome che il Cavaliere gradirebbe? Secondo: se veramente verrà eletta la Pinotti, come interpreterà il ruolo del Presidente della Repubblica? Starà nei limiti – a dir la verità molto elastici – dettati dalla Costituzione o andrà oltre come ha fatto Napolitano? Non manca poi così tanto tempo prima di scoprirlo.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: formiche.net; ilmanifesto.info

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