Riforma Giustizia. Il Cdm ha deciso: da settembre addio a 31 tribunali

Il ministro della Giustizia Paola Severino

Roma – Il ministro della Giustizia, Paola Severino, l’aveva promesso agli inizi di luglio: soppressione (con eventuali accorpamenti) di circa 37 tribunali, di 38 procure e di 220 sezioni distaccate. La spending review avrebbe colpito anche il sistema giustizia, facendo risparmiare alle casse dello Stato circa 51 miliardi di euro. E così è stato.

Ieri, infatti, il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera alla razionalizzazione degli uffici giudiziari, mantenendo quasi del tutto le attese. Saranno 31 (invece di 37) i tribunali che, da settembre (mese in cui entrerà in vigore il decreto), verranno soppressi: i sei, che ne escono indenni, sono quelli reputati strategici nella lotta contro la criminalità organizzata. Continueranno ad esistere, dunque, i tribunali di Caltagirone e Sciacca in Sicilia, Castrovillari, Lamezia Terme e Paola in Calabria e Cassino nel Lazio. A quest’ultimo sarà accorpata anche la sezione distaccata di Gaeta.

Naturalmente, dopo la decisione presa dal Cdm che ridimensiona completamente la geografia giudiziaria, non potevano mancare le voci di protesta di molti esponenti di partito. Dal centrodestra fino ad arrivare al centrosinistra, passando anche per la Lega Nord, il parere è unanime: è scandaloso chiudere circa mille uffici nei territori dei bacini elettorali.

Sul fronte centrodestra troviamo Maurizio Gasparri (Pdl) che chiede le immediate dimissioni della Severino. Segue il presidente della Commissione giustizia in Senato, Filippo Berselli (Pdl) che, optando per un atteggiamento più diplomatico, auspica in una correzione del decreto, soprattutto in riferimento alla chiusura dei tribunali di Chiavari e di Bassano del Grappa. Sulla sponda del centrosinistra ci sono le dichiarazioni del deputato del Pd Giorgio Merlo che senza troppi giri di parole definisce «vergognoso» l’operato del ministro della Giustizia. Chiudono in bellezza il governatore del Piemonte, Roberto Cota, e del Veneto, Luca Zaia. Entrambi, che colgono l’occasione di rimarcare la differenza Nord-Sud anche in quest’occasione, puntando sul vittimismo e le minacce. Il primo fa notare che «al Nord non è stato salvato neanche un tribunale: siamo considerati da questo governo cittadini di serie B»; il secondo afferma che «se vogliono salvare solo i tribunali del sud, se li paghino con i loro soldi e non con quelli dei veneti».

Stati d’animo differenti, invece, da parte di alcuni sindaci delle città interessate ai tagli. Il sindaco di Cassino Giovanni Petracone è uno di quelli che può emettere un sospiro di sollievo dichiarando: «Abbiamo dimostrato che sopprimere il comune di Cassino non portava a nessun risparmio economico. Non pensate che sia una ragione di campanilismo. Il nostro è un territorio limitrofo a cavallo tra Lazio e Campania con forti infiltrazioni della camorra. Oggi possiamo solo esultare». Chi non esulta, invece, è il sindaco di Nicosia (Sicilia) Sergio Malfitano: « E’ stata una mazzata e per di più arriva per colpa di coloro che ci avevano ricevuto, i deputati di Pd, Pdl, e Udc. Alla fine si sono rivelati i nostri carnefici. In senato le nostre ragioni erano state recepite, in commissione è cambiato tutto». Conclude il sindaco della città siciliana minacciando di fare ricorso al Tar del Lazio e, se necessario, anche alla Corte Costituzionale.

Approvazione in toto proviene, invece, da Confindustria definendola «una riforma attesa da anni».

«Il nuovo assetto organizzativo – sottolinea Viale dell’Astronomia in una nota – consentirà di allocare in maniera più razionale le risorse esistenti e di aumentare il livello di specializzazione dei magistrati».

Il tribunale di Cassino

Bisogna spendere, però, qualche parola riguardo la Severino. Non si può negare, infatti, il coraggio e la tenacia mostrati dal ministro della Giustizia  nel portare avanti questa riforma, nonostante l’opposizione di gran parte del mondo forense e politico. Di attuare tagli del genere se ne parlava da anni, ma nessuno, tra i politici, aveva mai avuto il coraggio di fare qualcosa di concreto. Questo perché si tratta di una riforma troppo impopolare sia a livello parlamentare sia a livello di opinione pubblica.

La Severino ha intuito che non avrebbe mai avuto l’assenso del Parlamento e che una mediazione avrebbe soltanto comportato rallentamenti e risultati scarsamente efficaci. Per questo motivo si è intrapresa la strada del decreto legislativo proprio per evitare veti poco costruttivi, limitando a deputati e senatori di avere sì voce in capitolo, ma non in maniera vincolante.

Parlamentari che si son mossi a riguardo come gli appartiene ormai di diritto: basandosi più su interessi politici, localistici e corporativi piuttosto che fare gli interessi reali del nostro Paese.

Con questo non si vuole definire la riforma della Giustizia perfetta, però quel conta che sia stata reale e non di facciata.

Ora compito della Severino e del presidente del Consiglio Mario Monti è fare in modo che il  traguardo raggiunto non venga infangato da coloro che occuperanno il loro posto a fine mandato. Il punto di riferimento è l’interesse generale, e per mantenerlo deve essere preceduto da sacrifici anche in un settore come quello della giustizia. In alcuni casi il fine (se nobile) giustifica i mezzi (se legali).

Giorgio Vischetti

foto|| repubblica.it; idvlazio.it; lanazione.it

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