Riforma del Lavoro. Pd e Pdl ritrovano lo scontro per le amministrative

liberoquotidiano.it

Pier Luigi Bersani e Susanna Camusso

Roma – A chi avesse sentito la mancanza del buon vecchio scontro politico tra centrodestra e centrosinistra, si sarà accorto che l’attesa sta per finire. La diatriba sulla riforma del Lavoro e le elezioni amministrative del prossimo maggio hanno riacceso i bollori sotto le ceneri della politica e a giudicare dalla situazione in atto, a vincere pare il Partito democratico, segretario Pier Luigi Bersani in testa.

Pd – Che i provvedimenti Fornero cambino realmente il mercato del lavoro è tutto da dimostrare e anche le modifiche all’art. 18, con o senza intesa tra Parlamento e parti sociali, non paiono delle rivoluzioni tali da scatenare furie sindacali e spaccature nella maggioranza che regge l’Esecutivo. Insomma, se la riforma rimane così come è poco cambia il presente ma la propaganda intorno ai licenziamenti è ottimo argomento da offrire all’elettorato. Ed è su questo che Bersani e il leader della Cgil Susanna Camusso si sono coalizzati, rispolverando le glorie del passato. D’altronde lo stesso buon Gigi ha scomodato persino Berlinguer quando mercoledì, intervistato a Porta a Porta (Rai1), citò una sua frase: ‹‹Bisogna essere fedeli agli ideali della propria gioventù››. Quindi il cocktail è più o meno il seguente: prendi una riformina, aggiungi il sindacato rosso, condisci con qualche ideale di lotta civile dal sapore retrò settantino, guarnisci con una velata minaccia alla stabilità dell’Esecutivo: ‹‹Monti non può dirci prendere o lasciare›› e la campagna elettorale è fatta.

Il beverone vale la candela. Così tanto che anche i filomontiani che nel Pd vorrebbero approvare a mani basse la riforma – Walter Veltroni, Giuseppe Fioroni, Enrico Letta nonché il leader maxium Massimo D’Alema – avvisando possibili fratture all’interno del partito, hanno fatto marcia indietro. Complice il presidente della Repubblica.

Giorgio Napolitano teme la fine precoce dell’Esecutivo. I voti dell’Udc e del Pdl da soli non basterebbero a far passare la norma Fornero se questa venisse presentata per decreto senza l’accordo della sinistra, che non si accorda senza il via della Camusso. Unica soluzione, convicere Monti a proporre la legge come disegno. Il discorso cambia nei tempi. Il disegno ha un iter parlamentare di parecchi mesi, il che farebbe slittare il voto certamente dopo il 21 maggio, giorno dei ballottaggi amministrativi. Ma c’è chi sostiene – Maurizio Gasparri (Pdl) in primis – che la norma potrebbe addirittura essere seppellita, con buona pace del premier che in queste ore è in viaggio per l’Asia a caccia di investitori a cui giurare che il mercato del lavoro italiano è in profonda fase di cambiamento.

Così ricapitolando: Pd e Cgil sono in armonia. Il primo cerca voti, il secondo di riqualificare il ruolo dei sindacati professionali. Entrambi guardano al futuro, il 2013, quando la grande ammucchiata rigurderà anche il Sel di Nichi Vendola, l’Idv di Antonio Di Pietro e forse l’Udc di Pierferdinando Casini. A quel punto spetterà a Bersani decidere se sarà davvero il caso di rispolverare la foto di Vasto, rimanendo ostaggio della parte più estrema della sinistra che mai si concilierà con i moderati, cosa che potrebbe far riesplodere le liti terminali che causarono la fine dell’ultimo Governo di Romano Prodi.

Pdl – Se la sinistra ha gioco facile è anche perché la destra non ha ancora una bussola. Il Pdl ha perso l’alleato leghista, non ha guadagno l’alleato Udc ed è divenuto uno dei più accesi sostenitori di Monti. Condivisione di programmi. Tuttavia la riottosità del Pd sulla riforma ha impensierito il segretario, Angelino Alfano. Per lui è necessario togliere alla sinistra diritto di veto sulla legge, dunque via con lo scontro. Dice Alfano: ‹‹Se il compromesso del governo tiene, bene, ma se viene smontato, il Pd non si illuda che il Pdl no rivendichi nulla››. Tradotto: se la legge non passa o viene mortificata il Pdl chiederà il conto al premier e a Napolitano della scelta unilaterale avanzando pretese sulla Giustizia e sulle nomine Rai, che lo stesso Pd ha insistito fossero materia di attenzione da parte del Governo. Buona mossa. Che può causare parecchi problemi all’interno della sinistra e riaccuire le distanze tra le anime del gruppo di Bersani, dimostrando una

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Angelino Alfano

cosa: se Alfano non ha ancora un’idea chiara di partito, è comunque un abile animale politico che sa dove e quando colpire. Ma è troppo rigido.

Lo ha dimostrato espellendo 14 esponenti del partito intenzionati a sostenere la lista del leghista Flavio Tosi a Verona contro la decisione del Pdl di appoggiare il proprio candidato, Luigi Castelletti. Pessima mossa. Tanto più che Tosi è il favorito. Alfano deve ancora comprendere appieno un principio della politica nostrana: le alleanze contano. Lo sa bene la sinistra che di ciò ha fatto stile di vita per 20 anni e in ogni comune ha stretto patti con chiunque portasse voti: Sel, Idv, Udc e liste singole. Lo imparerà dopo il voto comunale quando, quasi certamente, le destre solitarie perderanno parecchie città.

Chantal Cresta

Foto || liberoquotidiano.it; ansa.it

 

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