Riforma lavoro: intesa vicina ma l’articolo 18 non basta all’economia

monti

Mario Monti

Roma – Dice il ministro del Welfare Elsa Fornero dal suo dicastero, a proposito della riforma del Lavoro sulla via dell’intesa con i sindacati: ‹‹quello che il governo intende fare è di creare un ambiente favorevole alle imprese›› quindi ‹‹la riforma del lavoro a cui stiamo lavorando è un prerequisito per il buon funzionamento del mercato del lavoro, dell’economia e per avere maggiori investimenti››. Dice il premier Mario Monti alle commissioni Attività produttive e Finanza della Camera, a proposito del ddl Liberalizzazioni: ‹‹Il decreto liberalizzazioni intende eliminare le restrizioni alla concorrenza che non derivano solo dai comportamenti delle imprese, ma soprattutto da provvedimenti legislativi adottati spesso in collusione con rappresentanti delle categorie. La difesa degli interessi particolari non ha giovato alla crescita economica e all’equità››.

I rappresentanti del Governo sanno quel che dicono, non c’è dubbio. Capita però che certe dichiarazioni cozzino contro la realtà dei fatti e allora, certe volte, vien davvero da domandarsi di cosa parlino.

Per esempio: giusto creare alle aziende un ambiente favorevole, corretto voler regolare il mercato per attirare investimenti ma il problema è come farlo. A partire da quel che non si deve fare.

Primo divieto. Alzare le tasse e consentire ad un Fisco assatanato di diventare un guardone legalizzato dei conti correnti altrui. Lo si dice da tempo ma due giorni fa ciò è divenuto anche l’argomento del presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, e del Garante della privacy, Francesco Pizzetti. Il primo ha parlato chiaro all’Esecutivo ricordando che la pressione fiscale pesa sulle famiglie per il 45% del reddito e sulle aziende per il 68,5% degli utili. Il secondo ha putato il dito contro il numero uno dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, accusandolo di condurre Equitalia come la Gestapo della Germania nazista. Si dirà: è tutto necessario per il pareggio di bilancio 2013 e per scovare i mascalzoni. Vero. Ma possibile che non si possano operare semplici controlli incrociati e iniziare una seria procedura di scarico delle fatture? Perché negli altri paesi ci riescono e in Italia no? Ed è possibile che all’impennata fiscale non si potesse optare con le famose dismissioni immobiliari di Stato? Tutta roba che avrebbe allegerito la spesa pubblica – dismettendo magari anche qualche super boiardo con relativo super stipendio (a proposito di interessi particolari) – e rimpolpato le casse del Tesoro?

Secondo divieto. Alzare l’IVA, presto al 23%. Tanto più in tempi di crisi e con i consumi al minimo storico. Così le imprese si finisce con aiutarle a salire sulla sedia dopo averle messo il cappio al collo.

Terzo punto. Agevolare da subito l’impresa con l’immediata sburocratizzazione di norme e certificati da presentare. Attualmente gli impreditori annegano nelle carte e nei relativi costi di queste senza peraltro avere la certezza di poter recuperare il prezzo dei permessi in tempi brevi perché gli iter di approvazione sono eterni. Tanto per citare un caso: il Sole 24 Ore, giorni fa, riportava la storia della British gas che nel lontano 2001 avviò le pratiche per l’apertura di un impianto da 6 milioni di tonnellate di gas l’anno a Brindisi. Costo dell’investimento per la Bg, 250 milioni di euro. Guadagno per l’Italia: 800 milioni a base di un migliaio di posti lavoro e la fornitura del 10% del consumo nazionale di gas. Dopo 11 anni la Bg non ha ancora visto l’ombra di un nulla osta e ha deciso di mollare l’Italia.

Quarto punto. Ridurre il costo del carburante con una ammorbidimento delle accise che costituiscono il 60% del prezzo del barile e una riduzione dell’IVA. Vedi sopra. Introdurre concorrenti nel settore energetico che intendano investire nel territorio. Vedi sopra. E garantire ai gestori di pompa di scegliere il proprio fornitore sul principio della miglior offerta. Cosa scartata nelle Liberalizzazioni che perciò non aprirà il mercato con le

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Elsa Fornero

relative conseguenze del caso: carburante a 2 euro al litro, presto a 2,5 a causa della crisi e del minor consumo da parte delle aziende che se non hanno chiuso, hanno drasticamente ridotto la produzione.

Quinto punto. Trovare un qualsiasi accorgimento grazie al quale le banche usino i miliardi di liquidità avuti dalla Bce per finanziare le piccole-medie imprese. Si potrebbe cominciare con il saldo dei debiti alle aziende fornitrici: 90 miliardi circa che lo Stato potrebbe elargire sotto forma di garanzie ai creditori e con le quali questi potrebbero chiedere il saldo in banca. Tutta roba che al momento non può essere compiuta perché attuarla significherebbe contabilizzare i passivi e rendicontarli nel debito pubblico nazionale, che così si gonfierebbe e rischierebbe ulteriori penalizzazioni della Ue e aggravi di pareggio. Rischio elevato. Ma se la manovra può aiutare l’economia stagnante, vale la pena rischiare. Avrebbe più senso che chiacchierare continuamente di articolo 18.

Chantal Cresta

Foto || ansa.it

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