Riforma costituzionale: che noia il Pd sempre in rotta di collisione

RENZI-ZAGRELBESKY

Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky a La7 il 30 settembre 2016 (Youtube)

Roma – Diceva il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky nel confronto tv su La7 con il presidente del Consiglio Matteo Renzi: le riforme costituzionali si fanno con la più ampia convergenza di forze politiche perché la Costituzione è la Carta di tutti; lo specchio di ciò che un Paese è e vuole diventare dal ché gli astanti onorevoli prima rispondono insieme alla domanda ‘che democrazia vogliamo essere’, e poi si danno una risposta.

La legge elettorale arriva di conseguenza, sarà spagnola, tedesca, francese, all’inglese, ma sarà l’espressione di quel che si è deciso insieme, magari con doloranti scornati e scontenti, ma insieme.

Al ragionamento si potrebbe aggiungere che la convergenza parlamentare almeno risparmierebbe dalle scene madri del Partito democratico di nuovo sull’orlo della crisi di nervi, sempre in lotta con se stesso.

IL PD NON STA CON IL PD – Solo che a bene guardare gli attori in campo questa volta – Matteo Renzi, padre della brutta riforma illiberale che si andrà a votare in dicembre con il referendum e Pier Luigi Bersani, ultimo nemico della stessa -, non sono poi così distanti nei meriti che li vedono lontani.

L’uno ha modificato il testo costituzionale evitando di toccarne la prima parte ovvero il polpettone socialistoide e collettivista in chiave vecchia Unione Sovietica che impedisce alla nazione di progredire dal ‘48; l’altro si imbufalisce per non essere riuscito ad ottenere l’Italicum che più gradiva la minoranza Pd, affermando un tardivo No ad un testo più volte votato in Aula.

Il primo si adombra per il fuoco ‘amico’, il secondo per essere trattato come un ‘rottame’. Entrambi sono il prodotto della sinistra nelle sue più infelici varianti: quella democristiana e quella comunista. Questione di fino giacché in ognuno di loro vive e impera il senso della politica come oligarchia e organigramma. In questo si inquadrava il timore di totalitarismo paventato da Zagrebelsky nel confronto tv con Renzi, mica nella Boschi. Tanto più che il costituzionalista non si può certo definire un pericoloso capitalista liberista.

Da qui l’ennesimo scontro alla solita Direzione del Pd inconcludente e malaugurante che tutto farà eccetto che offrire una direzione.

Chi vincerà nel partito poco importa, la riforma rimane un pasticcio di Senato con contorno di Costituzione.

Chantal Cresta

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