Riforma P.A. Concorsi pubblici e università. Chi ha rovinato l’istruzione?

Valutare il peso dell'università nei concorsi pubblici

Valutare il peso dell’università nei concorsi pubblici (fonte: gildavenezia.it)

Ai fini dei concorsi pubblici per la Pubblica Amministrazione, il voto di laurea non sarà più sufficiente ma dovrà essere accompagnato dalla valutazione dell’università di appartenenza.

L’EMENDAMENTO ALLA RIFORMA MADIA - È ciò che recita l’emendamento alla riforma della Pubblica Amministrazione, votato nella giornata di ieri alla Camera, del deputato del Partito Democratico Marco Meloni. La novità è che, secondo tale emendamento, l’università di laurea avrà un peso specifico nella valutazione dei concorsi pubblici, così da garantire una selezione più accurata cercando riflettere con attenzione sull’incidenza del luogo di studi, differenziando le facoltà più severe e quelle dal “voto facile”.
L’emendamento ha immediatamente creato il caos tra le file della Camera, poiché in tale proposta si è intravisto l’inserimento di un grave pregiudizio e, per alcuni, il rischio di abolire il valore legale del titolo di studio. Marco Meloni ha commentato le polemiche affermando che il suo iniziale tentativo era quello di abolire il voto minimo di laurea per la partecipazione ai concorsi pubblici, così da garantire una totale partecipazione dei laureati, idea riformulata dal governo; «credo sia opportuno un supplemento di riflessione», ha affermato il deputato.

VALUTARE LA QUALITÀ DELL’ISTITUTO - Il deputato del Pd Ernesto Carbone, relatore della riforma Madia, ha sollevato importanti punti di riflessione, affermando che non si vuole sminuire il valore della laurea, ma è necessario, ai fini di una classe dirigente più preparata, valutare l’importanza di ogni titolo di studio; «Se uno fa il concorso in magistratura è giusto che abbia una laurea in giurisprudenza. Ma perché non può diventare un diplomatico se ne possiede una in filosofia? O in fisica e magari ha fatto qualche esame in scienze politiche?», ha affermato il deputato Pd, sollevando questioni non previste nell’emendamento del collega Marco Meloni che recita solamente che, il voto di laurea non sarà più elemento sufficiente se non «in rapporto a fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato e al voto medio di classi omogenee di studenti».
In parole povere, per accedere ai concorsi pubblici per la Pubblica Amministrazione non basterà avere una valutazione alta, ma concorreranno anche le valutazioni dell’università, che acquisterà un proprio pedigree.

LATI POSITIVI? - Sono diverse le riflessioni da fare in merito. Provando a guardare, come si suol dire, il “bicchiere mezzo pieno”, una tale riforma annullerebbe alcune delle disuguaglianze createsi fino ad oggi in sede di concorso pubblico, dando rilevanza alla preparazione e alla mole di studio rilevata secondo l’efficienza dell’università, poiché è innegabile la differente qualità esistente tra gli istituti italiani.
Ma davvero questa è l’unica soluzione? In che modo verrà valutata la bontà di una università rispetto ad un’altra?

NUOVO SCONTRO TRA NORD E SUD - Una tale riforma, se guardata di buon occhi dagli studenti delle facoltà “buone”, creerebbe una discriminazione in origine, ancor prima di approdare in sede di concorso pubblico. Innanzitutto non è ancora stato pronunciato un piano per valutare la qualità delle università, ma tra le migliori del paese le prime 15 sono al Nord; ciò vorrebbe dire che gli studenti del Sud, a prescindere dalla loro volontà e dalla loro preparazione, partirebbero sconfitti in partenza, perché affossati dalla scarsa qualità delle loro università.
Oltre a questo potrebbe crearsi una forsennata rincorsa al Nord che creerebbe un nuovo e grave divario tra i due poli dell’Italia, con uno spopolamento crescente delle terre “impreparate” del Sud, ed un affollamento nelle aule nordiche che, prese d’assalto dagli studenti, potrebbero subire danni di diverso tipo: o qualitativo per l’incapacità di stare dietro ad un numero così grande di persone, o sociale e di selezione, rallentando il numero dei laureati e facendo aumentare l’inefficienza dell’istituto.
Inoltre una tale riforma aumenterebbe il divario tra “ricchi” e poveri, poiché, seppur agevolati in quanto studenti fuorisede, non tutti i giovani sarebbero in grado di sostenere i costi di un trasferimento, causando un annullamento totale delle loro possibilità.

Ma chi ha affossato l'università? (fonte: )

Ma chi ha affossato l’università? (fonte: blastingnwes.it )

PROBLEMA A MONTE - Il problema di riflessione, ancor prima dell’accesso ai concorsi per la Pubblica Amministrazione, non dovrebbe essere la rivalutazione di insegnanti e qualità della proposta formativa?
Lo scorso anno l’università italiana si è guadagnata la “maglia nera” d’Europa e si è classificata all’ultimo posto per il numero di laureati e tra i primi per i costi, dietro solo a Regno Unito e Paesi Bassi e, nella classifica Awru, Academic Ranking of World Universities, dello stesso anno nessuna università italiana figura nelle prime 150.
Ciò significa che il problema sta a monte ed è risolvibile solamente nella rivalutazione dei programmi e delle metodologie di studio. La crisi dell’università italiana è ormai evidente, confermata dai numeri internazionali ma anche, e soprattutto, dal calo degli iscritti all’università.

SPRECHI E ASSENTEISMO - Tutto ciò viene imputato alla costante mancanza di fondi, baluardo dietro il quale i vari governi si proteggono non comprendendo, o forse ignorando, la gravità di tale crollo dell’università italiana. Il problema rimane, invece, quello degli sprechi e degli investimenti sbagliati, dell’alto numero di collaboratori operante in ogni università, dell’assenteismo e delle assunzioni clientelari all’interno degli atenei. Facendo attenzione a tutti questi dati e definendo l’università come un’impresa, si evince chiaramente che questa è costantemente in perdita e l’investimento statale sembra essere, quindi, esiguo. Ma, siccome l’istruzione e l’università sono parti fondanti della società, è necessario rivalutare il modello vigente, ancor prima di selezionare gli studenti a percorso terminato. Il primo passo sarebbe, dunque, quello di regolamentare la carriera universitaria, cercando di evitare assenteismi e nullafacenza, responsabilizzando docenti e ricercatori “fannulloni”.

AGGIORNARE I PROGRAMMI - Inoltre è necessario rivalutare programmi e materie di studio, invitando i docenti a riformulare le loro lezioni, adeguandosi alle nuove tecnologie, ai linguaggi e alla società in costante movimento, così da poter garantire un utilizzo immediato e diretto da parte dello studente.
Ancor prima di “colpevolizzare” gli studenti per aver frequentato una facoltà considerata facile, non è forse utile per il futuro delle nuove generazioni riprogrammare il modello scolastico rivedendo le strutture gerarchiche, i programmi di studio, la strutturazione delle materie, allentando l’attenzione alla produttività economica e all’assimilazione tra scuola e impresa?

Alessia Telesca

foto: blastingnews.com; gildavenezia.it

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