Resistenza, la parola che si voleva cancellare dalla Storia

Sparita dai programmi scolastici, è stata immediatemente reinserita dal Ministero della Pubblica Istruzione. Ma la polemica resta

di Adriano Ferrarato

Roma - Quando si parla di Resistenza, in Italia, ci si riferisce all’opposizione militare (ma soprattutto politica) in occasione dell’invasione che lo Stivale ebbe a subire da parte della Germania nazista e nei confronti degli occupanti della Repubblica Sociale di Salò, nel periodo in cui l’intero mondo era in guerra, coinvolto nel secondo conflitto mondiale scatenato dal nazismo. Al movimento parteciparono gruppi ed individui di differente estrazione sociale, culturale e politica (nelle file militavano infatti cattolici, comunisti,socialisti, liberali, alcuni monarchici e anarchici), decisi a combattere in nome della democrazia e della libertà nazionale. Convenzionalmente, la data di nascita di tale forma di lotta è stata fissata all’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio, concludendosi poi con il 25 aprile 1945, giorno della Liberazione, circa due anni dopo.

Studiare questa importante dinamica storica significa arrivare al cuore della comprensione delle ragioni social-politiche che portarono all’avvento della prima Repubblica Italiana. Basta considerare infatti che buona parte dei raggruppamenti che presero parte alla lotta partigiana parteciparono in prima fila all’Assemblea che diede origine alla stesura della Costituzione, rinnegando il passato monarchico e della dittatura che avevano portato rovina, contraddizioni, crisi economica  ed un gravissimo senso di sconforto morale su tutta la popolazione.

Un argomento quindi fondamentale, che merita a pieno diritto l’appartenenza alla memoria storica italiana e che soprattutto nelle scuole è uno degli elementi primari nell’educazione culturale e civica, soprattutto nei confronti dei ragazzi delle scuole superiori.

Proprio tra poche ore ricorrerà l’anniversario della Liberazione italiana da parte degli Alleati. Ma a proposito di questa importante occasione è risultato tristemente stupefacente osservare e purtroppo constatare quanto l’attuale classe politica abbia ben poco a conoscenza del notevole peso delle radici storiche che hanno contribuito al moderno assetto del nostro paese.

Durante infatti gli ultimi giorni dello scorso mese di marzo, un portavoce del ministro dell’Istruzione Gelmini aveva parlato di una sostanziale modifica dello studio all’interno delle scuole superiori della Resistenza Italiana, includendola in un più generale contesto di analisi teso ad indicare e specificare le tappe di formazione dell’Italia repubblicana. Max Bruschi, consigliere presso il Ministero, l’aveva ulteriormente sottolineato con parole sue: “E’ ben esplicitato: «Formazione e tappe dell’Italia Repubblicana». Naturalmente è sottintesa la Resistenza. L’abbiamo inclusa senza citarla fra i capitoli fondativi della storia repubblicana. E’ un modo per rafforzarla, no?”. O per cancellarla attraverso complessi giri di parole: di conseguenza, non ci è voluto davvero molto perché si scatenasse il putiferio politico.

Partigiani

Partigiani

Il dibattito e le accuse si possono facilmente categorizzare in due grosse tipologie: da un lato il Partito Democratico che ha accusato il ministero della Pubblica Istruzione di voler cancellare e riscrivere la storia di Italia. Dall’altra parte il PDL che ha prontamente giustificato la sua scelta motivandone la finalità rafforzativa: in pratica, essendo ovviamente un argomento rilevante, poteva benissimo essere dato per scontato senza il bisogno di essere citato . Una soluzione assolutamente infelice, perché immediate sono fioccate le proteste dell’Associazione nazionale partigiani, quelle degli studenti e degli esponenti e consiglieri di buona parte del mondo politico, che hanno immediatamente portato nel giro di poche ore ad un significativo cambio di direzione dall’edificio di viale Trastevere.

In un comunicato diramato il primo giorno di aprile si può infatti leggere: “Per evitare che il dibattito si areni in una polemica non voluta, negli obiettivi specifici di apprendimento del quinto anno è stato reso esplicito il riferimento alla lotta di liberazione con la formula: «L’Italia dal Fascismo alla Resistenza e le tappe di costruzione della democrazia repubblicana». Aggiungendo: “Non c’è stato alcun tentativo censorio, che sarebbe quanto meno stolto e appartenente ad una cultura lontanissima”. Una modifica che però non ha soddisfatto il mondo partitico della sinistra che ha parlato di “figuraccia” da parte del ministro Mariastella Gelmini che ha subito anche le dure accuse del senatore Fabio Giambrone: “Se il ministro dell’Istruzione crede di prendere in giro gli studenti e di mancare di rispetto a chi ha costruito questa Repubblica con il sangue e il sacrifico, si sbaglia di grosso.” . La Repubblica dunque è salva? Forse.

E’innegabile e assurdo cancellare o modificare infatti l’importante memoria del nostro paese. E la democrazia in cui tutti ora viviamo è il frutto di un lungo percorso che in un modo o nell’altro è riuscito a rimettere in piedi lo Stato italiano dopo la batosta della seconda guerra mondiale. E senza attribuire, così come hanno fatto molti esponenti politici di adesso, torti e ritorti, colpe e volontà. E’ bello sentire persone come il vicepresidente del Senato Vannino Chiti che ha chiuso l’argomento con “tutto è bene ciò che finisce bene”. Perché alla fine di tutto, oggi ricorre una data importante: ricordiamoci per una volta, che siamo tutti italiani.

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