Renzi e le riforme: storia di un rapporto complicato

Renzi

Ieri è cominciato il semestre europeo. Come si presenta il presidente del Consiglio Matteo Renzi ai vari leader europei? Dopo 130 giorni, è tempo di un primo bilancio – seppur parziale – del percorso delle riforme su cui l’ex sindaco di Firenze punta tutto.

PAZIENZA E UMILTÀ - L’idea di riformare lo Stato è ottima. Dice il pentastellato Alessandro Di Battista su Facebook: «Io ricordo comunque al governo che legge elettorale, senato elettivo o meno e immunità sono cose importanti ma non si mangiano e in Italia l’urgenza è il lavoro e il reddito». Vero. Ma per fare qualsiasi cosa – compresi gli urgenti provvedimenti economici – bisogna prima rifare lo strumento per farla. Cioè, appunto lo Stato. Si sta parlando, però, della cosa più delicata che una classe politica possa cambiare. Per cui non basta farla, bisogna farla bene. Il mito della fretta che piace tanto al rottamatore Renzi, quindi, in questo caso non ha senso d’esistere. Ad onor del vero, però, non tutte la responsabilità sulla riuscita di questa riforma è sua. Moltissimo dipende dai suoi alleati. E qui Renzi come casca, casca male.

INDECENTI E INDECISI - Da una parte c’è Berlusconi che è quello che è. E pensare che possa dare i suoi voti gratis, senza nulla in cambio, è da ingenui. Affidare il futuro equilibro costituzionale a un soggetto come il Cavaliere – condannato in via definitiva per frode fiscale a 4 anni di reclusione, e in primo grado a sette anni di reclusione per concussione per costrizione e prostituzione minorile – è semplicemente impensabile. Dall’altra parte c’è il Movimento 5 Stelle. I grillini non hanno problemi con la giustizia ma, ad oggi, non si capisce quale sia la loro posizione sulle riforme costituzionali. Tempo fa si dissero pronti a sostenere la proposta del senatore Pd Vannino Chiti. Il primo aprile, però, Di Maio in una lettera al Corriere della Sera scriveva: «Il bicameralismo perfetto rappresenta invece un virtuoso meccanismo tramite il quale il Parlamento è in grado di ponderare adeguatamente le scelte complesse e delicate che si trova ogni giorno ad affrontare». Hanno deciso cosa fare da grandi o ci stanno ancora pensando?

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PRIVATIZZARE O NO? - Il problema, però, non sono solo gli alleati ma anche Renzi stesso. Va bene la governabilità, la stabilità, l’efficienza. Ma come diceva Indro Montanelli, chi vince le elezioni deve governare, e non occupare lo Stato. Da questo punto di vista non si capisce se Renzi sia in continuità con il passato o sia effettivamente nuovo. A proposito di mezzi per occupare lo stato, grazie all’ultima rilevazione della Corte dei Conti si è scoperto che le società partecipate in Italia sono circa 7.500: 50 dallo Stato e 5.258 dagli enti locali cui si sommano altri 2.214 organismi di varia natura. Tutte queste società partecipate sono costate lo scorso anno solo alle casse dello Stato 26 miliardi di euro. Riformare questo sistema vorrebbe dire avere nuove risorse da spendere altrove, per esempio per abbassare le tasse. Cos’ha intenzione di fare Renzi con tutte queste società partecipate? Vuole privatizzarle – come sarebbe il caso di fare – lasciare tutto com’è o fare una via di mezzo che non porterebbe a cambiamenti significativi ma a spot per la prossima campagna elettorale?

CAMBIARE L’ECONOMIA - Il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi furbescamente ancora non ha fatto capire se intende fare una seria legge antitrust di stampo liberale la quale risolverebbe, fra le altre cose, anche le problematiche legate al mercato televisivo italiano. Non solo, ma sarebbe urgente anche una legge che regolamenti una volta per tutte il conflitto d’interessi. Riuscirci, vorrebbe dire scardinare «il capitalismo di relazione» basato sull’intreccio «tra pochi grandi potentati economici, sulle loro relazioni con il potere politico e amministrativo, sulla ricerca delle rendite di posizione», come si augura il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella. Per cambiare veramente il paese, questi provvedimenti sono importanti tanto quanto la legge elettorale e la riforma del Senato. Cosa aspetta Renzi a metterli all’ordine del giorno? Se a cambiare sarà solo la Costituzione ma non il capitalismo clientelare che da sempre domina l’Italia, Renzi si rivelerà un politico bravissimo a fare campagna elettorale e a fare le scarpe al presidente del Consiglio quando non è lui (#Enricostaisereno), ma assolutamente inadatto a governare. Se effettivamente Renzi è così, solo il tempo potrà dirlo.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: europaquotidiano.it

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