Renzi e la riforma della giustizia: è uno scherzo, vero?

riforma della giustizia

Non c’è giorno che passi senza che i giornali e i telegiornali ricordino all’unisono le magnifiche sorti e progressive che attendono l’Italia grazie alla riforma della giustizia di Matteo Renzi. Dispiace (ma anche no) non unirsi al coro, ma elogiare questa iniziativa rimanendo seri e sobri, è veramente difficile.

GIUSTIZIA RIFORMATA CON I CONDANNATI - A suo tempo, aveva già detto tutto il maestro Indro Montanelli che a proposito della «inanità o, per meglio dire, l’impossibilità di affrontare (…) la riforma (…) della giustizia (…) finché su questa strada ci sarà, a sbarrarla, un macigno come il caso Berlusconi» diceva: «In qualsiasi senso ci si muova, qualunque misura si proponga, essa solleverà nella pubblica coscienza questa domanda: “È una misura per favorire o per danneggiare il Cavaliere?”. E sarà di nuovo lo stallo. Come si possa sfuggirle, non lo so. So soltanto che, fin quando non se ne troverà la scappatoia, la riforma della giustizia rimarrà nel cassetto dei sogni». La scappatoia non è stata ancora trovata. E parlare di riforma della giustizia con dei partiti come il Nuovo Centrodestra – quello di Scopelliti condannato in primo grado per i reati di abuso d’ufficio e falso in atto pubblico – e Forza Italia – che non è solo il frodatore fiscale Berlusconi, ma anche Raffaele Fitto condannato in primo grado per corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio – rimane un errore clamoroso e gigantesco che Renzi continua ostinatamente a fare.

DUBBI IN CASA DEM - Si dirà: se si uniscono i voti di Pd, Sel e Movimento 5 Stelle c’è una maggioranza che potrebbe affrontare in modo serio la riforma della giustizia in Italia. Vero fino a un certo punto. Innanzitutto perché anche il Pd non è che sia messo benissimo. Alle recenti elezioni europee ha fatto eleggere Renato Soru, indagato per falso in bilancio, aggiotaggio e imputato per un’evasione fiscale; e Nicola Caputo indagato per truffa e peculato. Perché mai un partito che candida soggetti del genere dovrebbe essere interessato a far funzionare la giustizia? E poi perché Renzi sembra non avere la minima intenzione di parlare di riforma della giustizia con i pentastellati. Pare, infatti, che la sola idea di riformare un aspetto così delicato di uno Stato insieme a chi non candida indagati e condannati, lo terrorizzi.

riforma della giustizia

RIFORMARE SERIAMENTE - Ma oltre al dito, è bene occuparsi anche della luna. Fino adesso è impossibile dare un giudizio sull’opera di Renzi perché giudicare le linee guida e non le leggi che il Parlamento sarà chiamato ad approvare, sarebbe terribilmente ingenuo. Ma è curioso che nessuno abbia parlato di tre aspetti che dovrebbero essere alla base di una buona riforma della giustizia. Primo: la depenalizzazione dei reati minori, per esempio quelli legati al consumo delle cosiddette droghe leggere. Come ha rivelato un rapporto del Consiglio d’Europa diffuso il 29 aprile scorso, quasi il 39% per reati commessi dalla popolazione carceraria italiana sono connessi agli stupefacenti. Con una depenalizzazione mirata ed intelligente, quindi, si comincerebbe a risolvere il gravissimo problema del sovraffollamento nelle carceri. Secondo: è assurdo che un organo come il Consiglio superiore della magistratura nato per assicurare una reale indipendenza dell’autorità giudiziaria attraverso un organo distinto ma interno alla magistratura sia composto in parta da soggetti eletti dal Parlamento. I membri del Csm, se si vuole che sia veramente un organo indipendente dagli altri poteri, dovrebbero essere tutti eletti dai magistrati stessi. Terzo, come ricorda il Consigliere della II Sezione Penale presso la Corte di Cassazione Piercamillo Davigo: «In appello, se ricorre l’imputato, il sistema italiano prevede il divieto di aumentare la pena. In Francia non c’è infatti solo il 40 per cento delle sentenze di condanna a pena da eseguire vengono appellate. In Italia tutte». Basterebbe abrogare questa norma, cioè l’art. 597 comma tre del codice di procedura penale, per ridimensionare in maniera sostanziale il numero dei processi e quindi avere una giustizia più veloce.

LOBBY - Perché non lo si fa? A rispondere è lo stesso Davigo: «Ridurre il numero dei processi, significa ridurre il reddito degli avvocati. Una classe politica che non è venuta a capo della debolissima lobby dei tassisti, può riuscirci con la ben più potente lobby degli avvocati?». Secondo le statistiche fornite dalla Camera dei deputati, gli avvocati alla Camera sono 71. È, cioè, la professione più presente a parità con gli impiegati. Al Senato gli avvocati sono 37. Non sono primi – davanti a loro ci sono amministratori locali, impiegati e imprenditori – ma sono comunque un numero importante. E sarebbero i primi a opporsi in maniera forte e decisa a una modifica in tal senso. Se Renzi vuole fare una riforma della giustizia seria, invece di rottamare i dissensi, dovrebbe provare a rottamare gli interessi particolari, di corporazione, che ostacolano l’interesse comune, l’unico che dovrebbe stare a cuore dei politici.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: ilmattino.it; ilfattoquotidiano.it

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