Renzi anno primo e il suo jobs act

Renzi

Matteo Renzi a ‘Idee di Expo’ (fonte: expo2015.org)

RENZI ANNO PRIMO – Il governo Renzi ha già spento la sua prima candelina pochi giorni fa e si sprecano le analisi in merito. Il premier più giovane della nostra storia repubblicana, il rottamatore-ricostruttore, l’anti-gufi, il nemico dei rosiconi, il quirinal mind nell’elezione di Sergio Mattarella, l’oppositore dei frenatori nonché l’uomo del crono-programma in formato slide, arriva alla prima boa di governo portando con se la narrativa di un cursus politico avvincente e problematico nello stesso tempo. Si può comunque affermare che Matteo Renzi ha de-berlusconizzato il dibattito politico e questo gli è valso un consenso anche nel campo del centrodestra  ma non solo. Il presidente del consiglio ha compiuto in certi momenti la più difficile delle operazioni storico-politiche, quella  cioé di svegliare il suo partito dormiente fino a pochi anni fa. Non era facile per Renzi ridurre i dogmi girotondini e giustizialisti a semplici vetrine del «quanto siamo superiori eticamente» per poi tornare a mangiare tartine e discutere delle ultime uscite in libreria. Anche questa è stata l’italia che ha dato nutrimento alla mancata rivoluzione liberale berlusconiana in una sorta di inciucio bianco dove da una parte il centrodestra era troppo personale mentre la sinistra – detta con sincerità – era troppo impersonale, a tratti anonima  sopratutto in campo economico.

JOBS ACT – L’ultima di queste sfide è il Jobs act, la riforma strutturale del mercato del lavoro la quale nasceva drammatica non fosse altro che il nostro paese non solo ha perso tre milioni e mezzo di posti di lavoro in questi anni di crisi ma si è portato a grappolo tutta una crisi sistemica che mette insieme mancata competitività, poco dialogo con le industrie, bassa produzione industriale, dimezzamento del potere di acquisto, lungaggine dei contenziosi, crollo mercato interno e quindi disagio sociale tanto per andare in estrema sintesi. Sta di fatto che la riforma Poletti – andrebbe chiamata così a rispetto di chi l’ha scritta – contiene principi condivisibili come quello della “normalità” all’assunzione con contratto stabile, a tempo indeterminato. il Jobs Act non è  - come tutti i tentativi di riforma- la perfezione, s’intende: tuttavia rendere più conveniente assumere stabilmente, le agevolazioni fiscali per tre anni, l’abolizione totale dell’irap sulla quota lavoro valgono in parte la flessibilità in uscita e il superamento dell’art 18 il quale – ricordiamolo per decenza storica – non esisteva già più per le fisiologiche mutazioni socio-economiche di questi anni dentro un mercato “globale”. L’ipertrofia sinistroide di coloro che si sono opposti alla riforma renziana dimenticano che ci si apre ad investimenti se si rischia sul principio dell’imprenditoria fluida, che azzarda fra produzione e innovazione, che migliora se stessa prendendosi anche il coraggio di ri-collocare i suoi dipendenti.

 

RIFORMA DI SINISTRA O NO? – La memoria corta di chi si è strappato le vesti perché si de-localizzavano le imprese per il troppo costo del lavoro facendo share altissimi nei talk show ora non può mica lagnarsi perché il paese vuole diventare attrattivo per nuovi flussi di investimento: in questo senso il new labourism di Renzi è spiazzante per la sua stessa parte politica anche se  di punti critici di questa riforma rimangono punti critici come le dinamiche di reimpiego e la riformazione professionale così come il mancato scalino di incentivi che terminano di colpo dopo tre anni di de-contribuzione. Correttivi ancora possibili ma bisogna far presto presto per fare proiezioni a regime. Per intanto il dibattito è infuocato perché si afferma che questo impianto del governo non è di sinistra. Ma cos’è la sinistra nel terzo millennio se no il tentativo di conciliare progresso ed equità sociale. Su questo francamente è molto di sinistra il jobs act perché scardina uno status quo storico inaccettabile che spacciava per sinistra l’iniquità dei già tutelati e il resto (i due terzi o più) dei lavoratori rassegnati al precariato, senza tutele e senza sicurezze.

SI STAVA DAVVERO BENE PRIMA? –  Chiediamolo ai Landini e alle Camusso o ai Civati e i Fassina di oggi come i Cofferati e i Bertinotti dei bei tempi passati in cui si mandavano allo sbaraglio – è il caso di dirlo – milioni di lavoratori a urlare un “no” su tutto e dire loro che la sinistra, in fondo, è stare comodi tassando gli imprenditori, facendo spesa pubblica o patrimoniali come la sola una tantum per sentirsi di colore rosso, pieni e inebriati di quel pride laburista di facciata che ha stancato oggi persino i lavoratori. Gli ultimi flop delle iniziative di Landini sono la prova di un paese stanco dei dogmi ottocenteschi, che non svende la propria sovranità come alcuni vogliono sentenziare ma prova a cambiare in meglio, a riprendersi la propria voglia di crescere economicamente. Rischiando magari di essere così di sinistra e riformista da alzarsi dai salotti radical chic e mettersi a cambiare il paese sul serio, facendo – e sarebbe inedito –  impallidire il Landinismo e il Civatismo che continua ad albergare in ciascuno di noi.

Giuseppe Trapani

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews