Regno Unito, quello che Cameron non dice sull’uscita dall’Ue

Un disastro economico, una mossa politica o un vizio storico? Come leggere la proposta di Cameron di un Regno Unito fuori dall’Europa

regno unitoChe gli inglesi abbiano sempre pensato di essere diversi dall’Europa continentale è sicuro. David Cameron ha tolto ogni dubbio nel gennaio del 2013, ammettendo la possibilità di convocare un referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I media britannici la hanno chiamata la “Brexit” ovvero la “British Exit”.

IL PIANO DI CAMERON – Il referendum per la “Brexit” è una delle carte più importanti di Cameron alle prossime elezioni generali britanniche del 7 maggio 2015. Sin dal 2013, il premier  ha promesso di rinegoziare i trattati tra Ue e Regno Unito e poi indire il referendum sull’uscita per il 2017, se sarà rieletto. Con la crisi dei rapporti tra l’Ue e la Grecia, un’economia che fatica a decollare e la concorrenza serrata alle prossime elezioni – che vede Ukip, conservatori e laburisti partire alla pari – in Inghilterra si parla sempre di più di “Brexit”.

UNA MOSSA POLITICA – La crisi economica ha esasperato l’insofferenza britannica nei confronti delle istituzioni europee: oggi solo il 25% della cittadinanza ha un parere positivo dell’Ue. Ciò rende il Regno Unito il secondo Paese con meno fiducia nell’Europa unita, dopo solo la Grecia. Ecco quindi che saper cavalcare il malcontento meglio dei propri avversari diventa importantissimo nella corsa alle elezioni ee il referendum si presta ad essere letto proprio come una mossa per togliere voti alla concorrenza. In particolare, Cameron potrebbe conquistare alcuni voti dello Uk Independence Party di Nigel Farage, che fa dell’uscita dall’Ue il punto principale del suo programma e che è uscito trionfante dalle ultime elezioni europee del maggio 2014. Il partito laburista invece non intende uscire dall’Ue a meno che non ci sia un’ulteriore trasferimento di poteri a Bruxelles.

UN SUICIDIO ECONOMICO – Man mano che il dibattito sulla “Brexit” conquista campo nell’opinione pubblica d’oltremanica, si moltiplicano gli studi sull’effetto che avrebbe sull’economia britannica. Le conseguenze a lungo termine sono incalcolabili per le molte variabili, ma su quelle a breve termine gli studi convergono: l’uscita dall’Ue sarebbe un disastro per il Paese. La banca olandese Ing ha stimato che il solo indire un referendum, a prescindere dal risultato, brucerebbe oltre venti miliardi di sterline in due anni e deprezzerebbe la valuta a livelli senza precedenti nella storia. In più, molte voci hanno avvisato che la “Brexit” andrebbe contro gli interessi economici del Paese: da Goldman Sachs ai contadini scozzesi, da Obama ai top manager di aziende britanniche: solo l’1% ritiene conveniente annullare i trattati.

REGNO UNITORINEGOZIAMO? – L’opinione pubblica e lo stesso Cameron preferirebbero un’altra strada: rinegoziare i trattati. Meno oneri e regole da rispettare, più vantaggi per il Regno Unito. No a Schenghen e alla “iperattività” del Parlamento Europeo, sì al mercato unico, ai trattati commerciali e a rapporti economici privilegiati. Insomma, si vorrebbe una posizione più favorevole di quella di tutti gli altri Stati in cui venissero meno i tratti del rapporto Ue-Regno Unito più invise all’opinione pubblica.

IL PRIVILEGIO BRITANNICO – Tuttavia, un’occhiata alla storia rivela che il Regno Unito gode già di condizioni vistosamente vantaggiose rispetto al resto dell’Unione sin dal 1984, quando entrò in vigore il “privilegio britannico”. I cittadini europei sono spettatori di un film che hanno già visto e che forse il Regno Unito ha dimenticato. Quell’anno al Consiglio di Fontainbleu, Margareth Thatcher protestò violentemente – rimase famoso il suo urlo «I want my money back!» – per la cifra che il Regno Unito corrispondeva per finanziare l’Ue, calcolata in base al Pil degli Stati membri. A causa del suo sfogo fu approvata la lex britannica, ad hoc per il Regno Unito, con cui l’Ue rinuncia per sempre a due terzi dei finanziamenti britannici. In pratica dal 1984 il governo inglese versa per il finanziamento dell’Ue un terzo di quanto versano gli altri membri, in percentuale relativa al Pil. Riformare il trattato richiede la firma di tutti i membri, compreso lo stesso Regno Unito, e nonostante vari tentativi abolire il privilegio britannico è stato impossibile fino ad oggi.

DAVID, TI RICORDI O NO? – David Cameron finge di non ricordare l’esistenza del privilegio britannico e osserva con attenzione lo sviluppo dello scontro tra Grecia ed Europa, pronto ad approfittare. Le prossime elezioni del 7 maggio indicheranno se la sua mossa è stata vincente, e i conservatori avranno attratto voti dall’Ukip. La partita interna per il potere nella terra della regina si gioca sempre più sulla strategia da adottare contro il “nemico esterno”, l’Unione Europea.

 Alessio Perrone

@alessioperrone

foto: eunews.it

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