Referendum Veneto indipendente: milioni di voti e un sogno quasi impossibile

referendum veneto indipendente

Vessillo di San Marco: il leone alato

Roma – La prima notizia è la seguente: in Veneto sono aperte le consultazioni per l’indipendenza dallo Stato centrale. Un voto digitale (si può votare on-line, per telefono, ai rispettivi seggi) organizzato da Plebiscito.eu, comitato apartitico di cui uno dei volti più in vista è Gianluca Busato, promotore di un’organizzazione che supera i confini regionali. Tanto che le aspirazioni indipendentiste hanno raccolto l’interesse della stampa internazionale. Dalla Russia di Putin, affaccendata nell’annessione della Crimea, alla Gran Bretagna, passando per Germania, Svizzera, Turchia e Austria.

La seconda notizia è più dettagliata: in due giorni dall’apertura del referendum veneto, il 16 marzo scorso, i voti erano 700 mila. Dopo tre giorni, un milione. Al quarto, 1 milione e 300 mila voti. Ora, poiché la consultazione chiuderà venerdì 21 marzo alle 18.00, il comitato di Plebiscito.eu conta su una adesione di oltre 2 milioni di persone che su una regione come il Veneto di poco meno di 5 milioni, significa quasi la metà della popolazione. Un trionfo. Poi che queste sottoscrizioni saranno un giardino di sì all’indipendenza è quasi scontato, e qui occorre una riflessione sul merito e sul metodo dell’avvenimento. A partire dalla ragione che conduce i media internazionali ad interessarsi dell’ex Serenissima e i nostrani a fare spallucce di disinteresse. In alternativa, facili ironie.

DUE PESI, DUE MISURE, CONFINI DISCUSSI E TANTE VOTAZIONI - In Italia c’è referendum e referendum. Consultazione e consultazione. Non tutto ha lo stesso peso. Dalché se il blog di Beppe Grillo apre al voto e ne raccoglie 30 mila è la nuova era della politica partecipativa; se il Pd organizza l’ennesimo tour di primarie è condivisione democratica; se un comitato senza bandiere fa il botto è faccenda inutile da dibattere. Il che è ipocrita in sé e conferma la ragione della consultazione: l’Italia è divisa. Fate voi per cosa: politica, storia, economia, questioni territoriali e di campanile. Tutto è buono spunto giacché nulla è mai stato omogeneizzato nel tessuto nazionale. Da Nord a Sud. E anche oltre perché il trend, il realtà, ha trovato riscontri nella nuova tendenza separatista del Vecchio Continente. L’Ucraina si scinde, la Scozia ha in programma una consultazione per il prossimo settembre con una previsione del 45% di favorevoli all’indipendenza dalla Gran Bretagna. La Catalogna dice sarà pronta per novembre. Tornando in Italia, esiste già un comitato che si propone di chiedere l’annessione della Sardegna alla Svizzera. Isola che peraltro ha già un passato referendario dal sapor indipendentista nel 2012. Moneta di scambio: fuori dall’euro e dall’Italia della crisi in cambio di uno sbocco al mare.

SI E NO DEL REFERENDUM VENETO – Paiono scherzi ma non c’è nulla di divertente. In Italia meno che mai perché qui non si vuol scappare solo dalla tagliola europea ma pure da quella del settore pubblico-fiscale nostrano. Cosa che in Veneto richiede un esborso di 70 miliardi l’anno, la seconda per contribuzione dopo la Lombardia. Cifre impossibili in ragione dell’incapacità di qualsiasi governo di ridurre la spesa e abbattere il debito. Cioè l’incapacità politica. E qui si arriva al metodo scelto dal Veneto.

Il referendum è apartitico, il che implica due considerazioni: a) La Lega Nord che da sempre si è intestata il tema della secessione in nome della Padania è alla frutta. Gli indipendentisti sono due passi avanti laddove il partito di Matteo Salvini non è neppure tra i promotori dell’evento. E persino il governatore Luca Zaia e il sindaco di Verona Flavio Tosi, solidari con l’iniziativa, non perdono tempo a cercare di affiancare al vessillo di San Marco il verde del partito. Non fa miglior figura il Movimento 5 stelle che annusando odor di vaticinio popolare si scopre improvvisamente separatista. Gli altri partiti non sono semplicemente pervenuti. Quindi il dato: la politica non c’è e quando c’è insegue quel che non riesce più a rappresentare e tanto meno non capisce, ovvero la stanchezza degli italiani di essere italiani nelle condizioni date.

b) Il fatto di non possedere una rappresentanza politica è la ragione principale del potenziale fallimento della consultazione di Plebiscito, come poi è stato anche in parte ragione delle innumerevoli scissioni interne dei gruppi indipendentisti veneti. Senza leader popolare si fa poco posto che pure con uno popolare il poco sarebbe già un risultato. Dice Busato alla stampa estera: «L’indipendenza non si fa oggi e forse neanche domani, è un sogno. Ma anche Mazzini sognava». «Faremo la legge, il governo la impugnerà, noi ricorreremo… E avanti così». Tradotto: non cambierà nulla nell’immediato. E pure in futuro chissà giacché mancano condizioni e individui capaci di trattare con uno Stato indifferente e auto referenziale. Senza contare che occorrerebbe farsi prendere sul serio anche da Bruxelles in quanto Veneto sovrano e porzione determinante del contesto europeo. Che, peraltro, è un contesto di burocrati e tecnocrati dove il voto popolare conta poco, quando conta. E se conta è solo come espressione di tendenza, similmente come possono esserlo il voto europeista o anti-europeista. Euro o anti-euro. Si aggiunga separatista o no-separatista e il quadro italo-continentale è completo.

Chantal Cresta

Foto || ciaovenice.net; wikipedia.org

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