Red, red Lebanon. Un film in un carroarmato

Lebanon-Samuel-Maoz-Oshri-Cohen-1_midLibano, Giugno 1982. “It was good and necessary to fight for your own country”

Italia, settembre-ottobre 2009. “L’odore di carne bruciata mi tormentava”, dice il regista di Lebanon Samuel Maoz (il film, di cui sono disponibili solo alcuni tratti ed il trailer, uscirà nelle sale italiane il 23 ottobre 2009),

Il cineasta ha meditato su questo film per 25 anni. E se ne è convinto, allorquando i conflitti non ancora cessati divennero il laboratorio per una gran mole di prodotti che avrebbe presto invaso i mercati occidentali: “Ciò m’infastidì molto e mi spinse alla lavorazione di Lebanon. Improvvisamente, all’inizio della stesura dello script, quell’odore scomparve”.

Il film in questione non è mica un titolaccio da cinema commerciale o il solito war movie popolare, anzi, amplificando le distanze da quel genere, si ricorda che Lebanon è stato vincitore del Leone d’Oro nell’ultima mostra cinematografica di Venezia, nel settembre 2009.

La soddisfazione si legge chiaramente sul volto dell’emozionato Samuel Maoz, che insolitamente arranca col suo inglese, così semplice da capire, ma forse non fino in fondo, non fino alle intenzioni, non fino alle vive impressioni. Soddisfazione? Sì. Gioia? Pure.

Lebanon-Samuel-Maoz-Oshri-Cohen-3_midMa non ci vuole il dottor Lightman della serie tv Lie to me, per capire che un substrato di odori, brutalità e tremolii, paura, rabbia e sgomento, pena e odio fanno a botte per trattenersi,  tanto nello sguardo quanto nell’espressione e nel tono di chi ha vissuto tutto ciò in prima persona, chiuso in una scatola di ferro attrezzata di mitragliatrici e bombe al fosforo. Maoz fu uno dei ragazzi protagonisti di Lebanon. E come per loro, anche per il regista quelle non furono semplici emozioni da raccontare ai posteri, perché si sa la guerra è brutta cosa, ma se si può testimoniarla tanto meglio. No. Ognuna di quelle sensazioni, ognuna di quelle emozioni erano i gravi massi di un letto dove sarebbe scorso un’interminabile fiume di sangue, acque dense da navigare con l’oppressione di una soggettiva, che parzialmente vede, ma che tutto sente e fa sentire.

A tal proposito gli attori hanno ricevuto un training a dir poco stanislavskijano: sono stati infatti chiusi in containers bui e caldissimi, per far riemergere un’atmosfera claustrofobica, tremendamente spezzata da percosse di mazze di ferro sulla carena dello pseudo-cingolato, al fine di ripetere la sensazione del fuoco nemico. “…they need to deliver…they need to feel something, they can’t make you feel something, without nothing inside them” commenta Maoz, il quale annuncia un programma distributivo non ufficiale: “Alcuni blogger hanno chiesto le copie, troveranno loro il modo di proiettarlo”.

Si attende dunque l’uscita di Lebanon, una video-testimonianza diretta su quella che fu ribattezzata “prima guerra del Libano”, ma anche l’ultima promessa del cinema mediorientale, sulla scia Paradise Now, film palestinese diretto da Hany Abu-Assad ed uscito in Italia nell’autunno 2005.

Gianluca Guarino

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