Recensione – Something Good, Barbareschi contro i cibi adulterati

La locandina del film

La locandina del film

Non c’è dubbio che Something Good, il nuovo film di Luca Barbareschi nelle sale a partire da questo giovedì, appartenga a un genere che normalmente non è di casa in Italia, ovvero quello affine al filone della redemption story e al thriller di suspense. Basta questa premessa per guardare con curiosità il nuovo film del quale Barbareschi è produttore, regista, protagonista e co-sceneggiatore (insieme a Anna Pavignano e Francesco Arlanch). Liberamente tratto dall’opera letteraria Mi fido di te di Francesco Abate e Massimo Carlotto (edito da Einaudi per la collana “Stile Libero”), il film è prodotto in tandem dalla Casanova Multimedia, dello stesso Barbareschi, insieme a Rai Cinema, ed è stato girato tra l’Italia ed Hong Kong.

Something Good attira l’attenzione, però, anche per un altro paio di ragioni: in primo luogo è uno dei film non selezionati al Festival Internazionale del Film di Roma, fatto che Luca Barbareschi ha più volte tenuto a sottolineare; in secondo luogo affronta un tema fortemente attuale, ovvero quello delle sofisticazioni alimentari.

Matteo infatti, il protagonista di Something Good interpretato dallo stesso Barbareschi, è un uomo in rapida ascesa professionale, appena nominato responsabile del traffico internazionale di alimenti adulterati per l’azienda Feng con sede a Hong Kong. Il personaggio disegnato da Barbareschi si divide, quindi, tra i sapori corrotti ai laboratori e gli imprenditori spregiudicati che li possiedono, vivendo una vita di per sé grigia ed insipida: non è infatti né un pentito completo né un assassino spregiudicato. Tra le vie di uno dei più grandi porti del mondo, Matteo incontrerà Xiwen (Zhang Jingchu), una giovane donna che ha paradossalmente perso il figlio alcuni anni prima proprio a causa di una bevanda adulterata; per Matteo, la donna sarà una sorta di specchio della propria coscienza.

Luca Barbareschi e Zhang Jingchu in una scena del film

Luca Barbareschi e Zhang Jingchu in una scena del film

Something Good è un film che  tira in ballo diversi spunti di riflessione interessanti: dal tema già citato delle frodi alimentari a quello già più discusso dei complotti tra potenti, muovendosi sullo sfondo una storia d’amore di per sé impossibile. Peccato, però, che nel film si contino dei cedimenti importanti: prima fra tutti l’impressione che nessuno degli elementi focali del film sia stato sviscerato a dovere. Il primo a soffrirne è proprio il ruolo del protagonista, del quale non si comprende la redenzione perché non è stata sufficientemente curata nemmeno la ragione della sua iniziale spregiudicatezza morale. Ma ne soffre anche il tema macroscopico delle sofisticazioni alimentari che, per quanto portante ed ingombrante, scivola troppo presto dietro le quinte. Generalmente, Something Good è un film che sembra distratto dalla necessità di mettere tutto troppo insieme, ma, così facendo, non colpisce a fondo nulla. Ecco perché il film di Barbareschi getta le conclusioni con troppa fretta e arriva alla soluzione in maniera quasi insoddisfacente.

Per queste ragioni, al film di Barbareschi non bastano né la suspense né il pentimento, né il dolore né tantomeno l’amore stesso. Something Good resta un lavoro che fatica ad appassionare, anche se il materiale è buono. Tecnicamente, infatti, Something Good stupisce: belle sia le inquadrature che i movimenti di macchina, così come la fotografia di Arnaldo Catinari. In sintesi, il nuovo film di Barbareschi sembra essere uno di quei lavori che avrebbe potuto certamente dare di più, visti i temi affrontati.

(Foto: everyeye.it; movieplayer.it)

Valentina Malgieri

@V_Malgieri 

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