Recensione – Pearl Jam, Lightning bolt: il perché di un capolavoro

La copertina del nuovo album dei Pearl Jam, "Lightning bolt" (consequenceofsound.net)

La copertina del nuovo album dei Pearl Jam, “Lightning bolt” (consequenceofsound.net)

Fatto: il 14 ottobre uscirà il nuovo album dei Pearl Jam, Lightning bolt. Fatto: i Pearl Jam sono, ormai da anni e anni, una delle rock band più importanti del pianeta. Fatto: essendo una delle band più importanti del pianeta, si attende ogni nuova produzione con estrema e benevola ansia, curiosità, voglia di vedere cosa diavolo avranno mai combinato Eddie Vedder e compagnia bella. Domanda: cosa vi aspettate, però, ogni volta? Verrebbe da porre questo quesito a indiscussi e (sia chiaro) indiscutibili maestri come Bertoncelli e simili (vedi articolo recente su XL di Repubblica) perché, in fin dei conti vorremmo capire il reale e sincero punto di vista di ognuno. Se ci si aspetta sempre il disco della svolta, la novità estrema, il mattone che renderà sublime una casa già bella e confortevole, o anche, per alcuni, il ritorno ad un passato irrecuperabile, allora forse ci si dimentica che la deviazione è già stata posta in essere e, per di più, almeno due o tre volte, non una.

Se un disco incredibile come Vitalogy (1994) poneva fine ad un discorso artistico ed esistenziale estremamente complesso e, in definitiva, senza via di ritorno, perle poco comprese nella loro più intima essenza come No code (1996) e Yield (1998), non nascendo, non avrebbero portato al secondo capolavoro, Binaural (2000). Suvvia, dite: in quanti si sono accorti del genio sperimentale (limitatamente all’ambito, naturalmente) che stava dietro a brani di magnificenza tematica e sonora come Sleight of hand (ci si accorse di quelle chitarre registrate al contrario e di un muro sonico capace di far rabbrividire, forse, anche un Phil Spector della malora?) o Of the girl? No, meglio dire che Riot Act fa rabbrividire di fiacca e bruttezza anche con gemme quali, su tutte, se non I am mine, almeno You are e All or none; meglio sparare a zero nella maniera più fredda possibile sull’eponimo avocado o Backspacer (2009) perché, ormai, è solo normale rock da quaranta-cinquantenni in crisi di songwriting.

Sì, certo, lo è anche, con o senza “crisi”, ma forse ci si dimentica un po’ troppo presto che in ogni disco di questa, in fin dei conti, non comunissima band (per quanto celeberrima) non è che ci sia qualcosa di puramente nuovo (fatte alcune eccezioni come le prime due di quelle precedenti), bensì sia sempre presente una strada non alternativa ma parallela seguita a più non posso pur di fare anche solo di due note o di un differente pizzico di corda qualcosa di non “altro” ma “ulteriore”. E ci si dimentica troppo in fretta che i capolavori (chiamiamoli comunque così) non vengono fuori con un semplice schioccar di dita, bensì da un più o meno lungo processo di consapevolezza autoreferenziale e di continua ricerca di identità, qui sempre presente. Si può dire qualunque cosa in obiezione, per carità, ma almeno si tenga in considerazione tutto questo, se si vuole.

Ordunque, ecco che ci azzardiamo a spararla grossa per qualcuno: Lightning bolt è un capolavoro. Se Vitalogy lo era come summa del primo periodo e Binaural del secondo, questo lo è del terzo e, forse, chissà, definitivo. Apriti cielo? Non si direbbe, tutto sommato. Certo, la definizione di “capolavoro” è, ad oggi, completamente abusata nel continuo stupro di giudizi, il più delle volte retribuiti sottobanco o quanto di simile. Ma noi tutti, qui, si sa, siamo esterni a qualunque combriccola di affannati arrivisti scribacchini, non veniamo finanziati né retribuiti da nessuno per dire o non dire certe cose e, per direttissima conseguenza, prendiamo atto pur discostandoci un po’ da quello che potrebbe fuoriuscire da bocche o penne altrove meglio inserite nel contesto critico (non stiamo parlando affatto dei necessari maestri di cui sopra, sia ben chiaro!).

Il leader dei Pearl Jam, Eddie Vedder, in studio (social.entertainment.msn.com)

Il leader dei Pearl Jam, Eddie Vedder, in studio (social.entertainment.msn.com)

Lightning bolt non è un capolavoro solo perché sono belli i pezzi (e che pezzi!) che lo compongono e via dicendo. Lightning bolt è un capolavoro (sia chiaro: rapportato alla rispettiva carriera, non ad un’epoca, un genere o quanto altro di esponenzialmente maggiore) perché se, tra tutte le altre cose, a quasi cinquant’anni d’età e dopo venti di carriera non ti sei ancora definitivamente venduto più di quel tanto che comunque ti spettava e, soprattutto, dopo giustissime esperienze personali su vie diverse e più mature per non dire coraggiose, hai ancora, ancora e ancora la voglia pazza di tornare a suonare qualunque cosa guardandoti in faccia con i tuoi compagni e amici di sempre, con i quali hai condiviso, nel bene e nel male (e che male: Roskilde in primis), praticamente tutto, qualcosa vorrà pur dire. Converrai, allora, che il capolavoro non è soltanto l’opera che da questo stato di cose può uscire fuori, sempre relativamente al contesto. No, non solo. Il capolavoro sei principalmente tu, con la tua anima, la tua voglia di vivere e di esserci sempre e comunque.

Gianluca Morozzi, nel suo bellissimo scritto per il recente numero di Rolling Stone, arriva perfettamente al punto della questione sostenendo un concetto più che fondamentale: «C’è chi brucia e chi si spegne lentamente [con riferimento naturale al grunge e a Cobain, ndr] – dice lo scrittore – chi cita i versi di Neil Young e chi con Neil Young ci fa un disco [Mirrorball, 1995, ndr], un singolo [Merkin ball, 1995, ndr] e un tour. E impara a dominarlo, il fuoco, a farsi scaldare e alimentare dalla fiamma». Il senso si direbbe stia veramente tutto qui.

Siamo d’accordo, il trittico iniziale di questo disco è strutturalmente quasi identico a quello di diversi altri album precedenti. Getaway gira la chiave, rilascia gradualmente la frizione e parte così, diretta e sincera; la già nota Mind your manners aleggia un po’ verso il post punk caro a quasi tutti e cinque i componenti a suon di Ramones, prima, Dead Boys poi e Dead Kennedys soprattutto, mentre My father’s son placa un po’ le acque seppur al suono regolare del rock più semplice e trascinante. I temi sono alquanto consueti: critica sociale, morale e personalmente direzionata verso l’evidenza di comportamenti e capacità di pensiero fuori dalle norme del comune vivere realmente pacifico. Sirens, invece, anch’essa già nota al grande pubblico grazie alla rete e alle radio, è la prima delle tre stupende ballate disseminate nel disco: i 5 minuti e 41 di durata non devono trarre in inganno perché ogni singola battuta è necessaria al completamento del primo gioiello melodico in ordine di scaletta, il primo nuovo esempio di una capacità poetica da tempo fuori dalle metriche commercialmente usuali e, quindi, caratteristica preponderante della band di Seattle. Le altre due sono la dispari Yellow moon e la chiusura affidata a quel capolavoro nel capolavoro che è Future days, vera e propria dichiarazione d’amore tanto per un proprio simile quanto per l’esistenza stessa («All the complexities and games / No one wins but somehow they still play / All the missing crooked hearts / We may die but in us they live on / I believe and I believe cause I can see our future days / Days of you and me») passando per la tenue e dolceamara tenacia di Infallible e della più movimentata Lightning bolt.

I Pearl Jam "on stage" (toylet.it)

I Pearl Jam “on stage” (toylet.it)

Ma ecco la strada parallela, la via ulteriore: l’oscura ma affascinantissima Pendulum sembra uscire da una sorta di introspezione “tomwaitsiana” densa, cupa ma piena di credenze e aspirazioni ad uno spiraglio di nuova luce. Sleeping by myself la conosciamo già non per radio o rete attuale ma per tramite di quell’ancora poco comprensibile secondo album solista a nome Vedder (Ukulele songs del 2011): mentre, però, all’epoca veniva voglia di strappargli di mano quel chitarrino per sfasciarlo di rabbia da qualche parte, ora vien voglia quasi di mettere al mondo un figlio anche solo per potergliela trasformare in serena melodia di compagnia pomeridiana. Swallowed whole potrebbe averla scritta anche Bruce Springsteen, d’altra parte la scuola, assieme e oltre quella Neil Young, è la medesima. Così come non innovatore ma trascinante è di certo il tardo semi-blues di Let the records play (e qui il buon McCready crea eccome).

Detto questo (perdonerete la logorroica predisposizione), la convinzione pressappoco definitiva è la seguente (e qui ne spariamo un’altra bella grossa): se Springsteen è stato il futuro del rock nei ’70 e oltre, i Pearl Jam lo sono dell’oggi, anche se un po‘ in ritardo.

E questo è quanto.

(Foto: consequenceofsound.net / billboard.com / social.entertainment.msn.com / toylet.it)

Stefano Gallone

@SteGallone

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16 Risponde a Recensione – Pearl Jam, Lightning bolt: il perché di un capolavoro

  1. avatar
    Mike 10/10/2013 a 01:18

    Ciao Stefano. Non sono molto d’accordo su alcune cose, anche se il disco finora l’ho ascoltato una sola volta, e solo perché non ho resistito all’anteprima su iTunes. Ma mi hai fatto commuovere. Cazzo, mi hai fatto piangere con questo pezzo. Ti stimo tantissimo, grazie e Long Live Rock and Roll.

    Rispondi
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      Stefano Gallone 10/10/2013 a 11:17

      Ciao Michele.
      Ringrazio infinitamente io te per la lettura. Sto notando dai dati del giornale, tra l’altro, che su questo articolo si fermano in moltissimi a leggere per davvero (in media il tempo calcolato per singola lettura è 11 minuti) e la cosa non può che fare estremamente piacere perché, nella generica e generalista contemporaneità, è proprio il dibattito lucido e costruttivo che manca, qualunque sia il tipo di giudizio.
      Addirittura commosso è troppo, però, dai :-) Forse hai percepito questa sensazione perché, magari non accorgendomene, ho lasciato fluire l’amore che ho per loro praticamente da sempre. Fin da piccolo sono venuto su con la loro musica, maturando un po’ anch’io con i loro dischi e, forse (e ripeto forse), proprio per questo vedo qualcosa che altri, giustissimamente, trovano inesistente a loro insindacabile ragione. Questo, però, non vuol dire che sono sempre di parte, sia chiaro. Anzi, analizzo con maggiore attenzione soprattutto le nuove opere dei miei artisti preferiti con quanta più obiettività io possa far incidere (se vedi la recensione che scrissi sull’ultimo dei Muse, dove l’ho praticamente distrutto, te ne accorgi). Ma in qualche modo, di certo, avrà influito, fosse anche solo nel linguaggio (e, credimi, ho pesato davvero ogni singola parola, questa volta).
      Grazie infinite a te.
      Quando, poi, lo avrai ascoltato la quarta o quinta volta, magari su vinile, mi farebbe molto piacere avere il tuo parere. Intanto, su cosa in particolare non sei d’accordo?
      Un saluto e un abbraccio.

      Stefano

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        Mike 13/10/2013 a 14:30

        Innanzitutto scusa per il ritardo nella risposta, ero occupato ad ascoltare una ventina di volte Sirens, stavolta col testo imparato a memoria, e ad innamorarmene. Ecco perché voglio sospendere il giudizio, oltre al fatto che sono riuscito ad ascoltarlo in anteprima solo una volta, e non avrei voluto neanche quella credimi, che con iTunes, la qualità un po’ così, il computer, la distrazione, senza testi… Non è il caso. La prima impressione come hai potuto leggere sul mio fb non è stata positivissima, un po’ anche perché di tutte le svolte dei PJ quella post-punk è quella che mi va meno a genio, per gusti personali, ma poi vedi, leggi “I pull you close/so much to lose” scritto da un vecchio amico cinquantenne che vent’anni (quindici dai, che quando uscì Ten io ero ancora piccolino) fa accompagnava, sobillava, esacerbava ed esorcizzava la tua rabbia adolescenziale e ti vengono i lacrimoni. Per tutta una serie di motivi che non ti sto a spiegare, li conosciamo tutti, se abbiamo avuto la fortuna di vivere qualcosa nella nostra vita.
        E niente, il tuo pezzo mi ha fatto commuovere semplicemente perché i Pearl Jam, si vede, li conosci, magari a differenza di tanti altri che hanno scritto di Lighting Bolt, in maniera certamente onesta e professionale, ma forse senza conoscerli poi tantissimo. Una delle cose che non riuscirò mai a spiegarmi, per esempio, è come mai tutti quanti ce l’abbiano con l’avocado. Porca miseria, io capisco addirittura tutte le critiche a Yield, che insieme a No Code resta per me la cosa migliore che abbiano mai fatto, ma quelle a Pearl Jam no. Un disco che ti presenta Comatose (e io non amo il punk) e poi ti spiazza con Parachutes e poi ti fa piangere con Come Back, come caspita ha fatto ad attirarsi tutte quelle critiche fredde e spietate? Significa che lungo la strada qualcosa si è rotto, nel rapporto di questi signori con i PJ, e va benissimo eh, magari hanno ragione loro, ma io da allora non mi fido più. Invece tu no, tu sei rimasto in sintonia, li conosci ancora e in questo caso, più che mai, to know is to love and to love is to know. E mi fido un po’ più di te :)
        Grazie ancora!

        Rispondi
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          Stefano Gallone 13/10/2013 a 22:14

          E’ proprio quello un punto non meno importante: critiche fredde. Ci sono e sempre ce ne saranno come è normale che sia, così come anche io, troppo spesso, ne faccio perché, effettivamente, è impossibile vivere, conoscere e apprezzare (o meno) un po’ tutto, così come pure normalissimo (se non doveroso) è prestare maggiore attenzione analitica (dico “analitica”, non solo critica) alle cose che conosci meglio. Solo, a volte, non capisco proprio i giudizi sommari come quello, ad esempio, dell’Internazionale, anche quando sono espressi a partire da basi sensate: mi ha sorpreso davvero troppo in negativo, per un periodico così importante. Quanta freddezza, appunto, e quanta poca costruzione di giudizio, anche nel dire che il disco non è piaciuto per niente. Certo, se un disco, un film, un libro o un quadro o quello che è ti piace o non ti piace, lo dici e basta. Ma per un album comunque importante, soggetto, predicato e complemento a volte non sono sufficienti, credo.
          Quanto all’avocado, non saprei. All’epoca non lessi proprio niente, lo comprai e basta (sempre in vinile) e mi piacque, pur con alcune eccezioni (il reprise di Life wasted, Parachutes o Gone troppo simile a Given to fly in certi punti) ma poco importa perché era un disco giusto. Ecco: giusto.
          Su No code e Yield ero ragazzino ma mi ricordo bene che ci fu una sorta di massacro per il cambio di rotta, come accade praticamente sempre per una band importante (anche se coi Radiohead di Kid A, oh, tutti zitti, eh! E poi come non rimanere senza fiato dinanzi a pezzi come Push me pull me o anche solo I’m open, Present tense…no: “volemo er grunge”). Poi però arriva Binaural e allora tutto bene. Sapessi quanto mi fece rabbia vedere brutali detrattori di quei due lodare quest’ultimo senza capire che era la diretta conseguenza dei tentativi fatti lì in precedenza. Ma questo deriva da chi le recensioni le fa non dovendo conoscere per forza tutto dell’artista in questione, è normalissimo. Sapessi quante volte capita a me, molto ma molto spesso, davvero. E ci sta, assolutamente. Ci sta, è un giudizio sull’opera in sé ed è giusto che venga fuori in quel modo. Noi facciamo un discorso differente. Io, te o Morozzi, che con Vedder e soci ci siamo praticamente cresciuti in parallelo, è naturale che vediamo la cosa da un’altra prospettiva (siamo maturati con loro, direi anche grazie a loro), come chiunque altro vede le cose dei suoi beniamini da un’altra prospettiva e via discorrendo. E’ più che naturale e, anzi, guai se non fosse così.
          Sono dell’avviso che una band debba necessariamente esplorare diverse strade, pena l’ammutinamento interiore, prima ancora che artistico (anche se tu che ascolti ti senti, diciamo, tradito ma, d’altra parte, se anche il tuo artista preferito fa sempre lo stesso disco, che gusto provi veramente a sentire il suo “nuovo” lavoro? Tanto vale che ti ripeschi i vecchi e buonanotte). Motivo per cui ho sempre difeso (spesso anche non apprezzando ma cercando di comprendere) altre band per me molto importanti come i Nine Inch Nails e i Motorpsycho, o anche nostrane come i Marlene Kuntz o addirittura i Fluxus (pensa un po’, magari te li ricordi, credo fossero torinesi: Pura lana vergine fu un macello di goduria, sembravano gli Helmet; poi virarono a una specie di post rock alternative ma con cose comunque notevoli), gli Afterhours di Quello che non c’è o i One Dimensional Man di Take me away, Il Teatro degli orrori di Il mondo nuovo, o quanto altro. Anche i Muse, sai, almeno fino a quando non ho sentito l’ultimo disco, che reputo una cosa abominevole ma da me comunque trattato (seppur stroncato) con ampia argomentazione.
          Ti ringrazio ancora infinitamente io, davvero.
          Un abbraccione.

          Stefano

          Rispondi
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    Valentina Gravina 10/10/2013 a 14:23

    GRANDE GALLONE!!!!!!!!!!

    Rispondi
  3. avatar
    Davide 10/10/2013 a 18:54

    bellissimo articolo. Non ascolterò l’album prima di martedì, i 2 singoli mi hanno fatto davvero una bruttissima impressione, resto comunque fiducioso.

    Rispondi
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      Stefano Gallone 11/10/2013 a 11:12

      Ciao Davide, grazie. Se vuole, una volta ascoltato, ci faccia sapere il suo giudizio.
      saluti.

      Rispondi
  4. avatar
    Mario 10/10/2013 a 22:26

    i miei complimenti

    Rispondi
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      Stefano Gallone 11/10/2013 a 11:13

      Grazie mille, Mario.
      Ci faccia sapere poi, se vuole, cosa ne pensa del disco.
      Saluti.

      Rispondi
  5. avatar
    Matteo 11/10/2013 a 13:31

    ciao stefano, innanzitutto complimenti per la recensione, è ottimamente scritta….ma, opinione mia sia chiaro, un filino troppo generosa verso Lightning Bolt e verso i Pearl Jam di oggi – e te lo dice un ragazzo musicomane di 32 anni che da almeno 15 li segue con ostinata, sincera, bruciante passione.
    Secondo me parlare di “capolavoro della maturità” è un po’ azzardato, anche perchè l’omonimo dei tre è quello più organico e meno carente dal punto di vista del songwriting(anche se l’autocitazione di Severed Hand è una cosa che io mi sarei aspettato da un gruppo pop-punk o dagli Ac/Dc, non dai Vedder e cricca,e anche se Marker In The Sand è l’archetipo di ahimè parecchie future canzoni in cui si assemblano riff non curandosi troppo di legarli fra loro condendo poi il tutto con un generico “happy mood”…ma questo è un altro discorso); io ho apprezzato, in svariati ascolti che ne ho fatto, la rinnovata voglia di sperimentare soluzioni nuove – alcune felici, altre meno, altre molto meno – pur constatando che la penna dei cinque è comunque in media abbastanza opaca e non più ai livelli degli anni passati…il succo della questione è poi che io mal sopporto la “normalizzazione” seguita a Riot Act, a mio avviso l’ultima – solo in senso cronologico – delle sette meraviglie; sempre più riempitivi, l’ombra di Springsteen e di un rock “classicamente ammeregano” sempre più ingombrante, una carriera solista di Vedder che ha raccolto ben più di quanto effettivamente merita (per dire, le canzoni più belle di Ukulele Songs risalgono ai primi giri in solitario di Vedder nel 2002, e sono 4 o 5, il resto è un divertissement…e la colonna sonora di Into The Wild, fuori dal suo contesto, non si erge proprio statuaria) e che ha spostato un po’ gli equilibri di una band già, nel bene, Veddercentrica (si veda a tal proposito quanto ne pensa Stone in PJ20).
    Tutto questo preambolo logorroico serve a contestualizzare un poco la mia amarezza per un disco che, su una scala da 1 a 10, arriva a un 6 stiracchiato. Fosse solo per la meravigliosa “Yellow Moon”, per l’andamento slightly funk e mooolto rock di “Infallible” (che io vedrei molto bene nel repertorio dei mille Followill) e per la splendido mestiere di Sirens (perchè è mestiere, checchè se ne dica, ed è un pezzo con moltissimo potenziale da airplay martellante, ma certe finezze nascoste riescono solo ai Pearl Jam, poco da dire…peccato solo per un finale in cui sembra DAVVERO di sentire i Nickelback)il voto sarebbe ben più alto.
    Ma di mestiere un po’ meno nobile purtroppo ce n’è parecchio, disseminato lungo il disco; si nasconde nella non esaltante prima title-track della band, in Getaway, in My Father’s Son, in Swallowed Whole, tutte più o meno legate al medesimo insipido canovaccio proveniente direttamente da Backspacer (forse non a caso parecchie canzoni del disco son state scritte due anni fa, parola di McCready).
    Un po’ in ognuno si intravede il grande male, ovvero sviluppare un’idea interessante in maniera da rendere poco digeribile il prodotto finale (ditemi ad esempio cosa c’entra il freno a mano in un pezzo come My Father’s Son…almeno farlo bene come in God’s Dice o Evacuation!) Per non parlare dell’inutile reprise di Sleeping By Myself e di una chiusura scippata a “Yellow Moon” e affidata ad un’altra outtake mascherata delle sortite soliste di Vedder, una “Future Days” che paragonata alle altre ballate di casa PJ è proprio poca roba, un po’ come Just Breathe.
    Poi, il nocciolo della questione è che va bene farsi scaldare dalla fiamma e alimentare da essa, ma quando la fiamma è il confortevole tepore del caminetto di casa, qualcosa non torna, invecchiare non vuol dire sedersi e sentirsi giovani e urgenti non significa Mind Your Manners. Ma questo è ancora un altro discorso…

    Rispondi
  6. avatar
    Stefano Gallone 11/10/2013 a 13:59

    Grazie infinite, Matteo, per la pazienza di lettura e riflessione.
    Non sono d’accordo, non ci sento un tepore da caminetto, semmai la voglia di esserne il fuoco non più inceneritore ma scaldante, ecco. Però quello che conta più di qualunque cosa è il tuo giudizio costruito in maniera impeccabile, su un’idea che non condivido ma non fa testo, perché lo accetto e rispetto pienamente in quanto espresso con lucidità e consapevolezza più che lodevole.
    Ti ringrazio ancora moltissimo.
    Saluti.

    Rispondi
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      Matteo 21/10/2013 a 01:12

      figurati, è una semplice constatazione dei fatti…;)

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  7. avatar
    dai su 12/10/2013 a 00:58

    innalzare i pj del 2013 (come se quelli prima..) a salvatori della patria, ti prego! non ci credono manco loro eh!

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      Stefano Gallone 12/10/2013 a 13:14

      Ciao “dai su”.
      Quella è la mia idea e questa è la tua e va benissimo, assolutamente.
      Certo, il mio giudizio è comunque un po’ di parte ma pur sempre obiettivo, ho cercato di ragionare su di loro e dentro di me prima di giungere a conclusioni.
      Ben vengano divergenze sempre necessarie, ma non hai spiegato “perché”, secondo te, tutto questo è sbagliato. Mi interessa saperlo, sto cercando di farmi un quadro d’insieme.
      Grazie per la lettura e l’interesse.
      Saluti.

      Stefano

      Rispondi
  8. avatar
    Silvano Terranova 14/10/2013 a 13:05

    Ascolto il disco da giorni e devo dire che, pur non considerandolo un capolavoro, lo ritengo sicuramente superiore all’avogado e degno di stare accanto a dischi come Riot Act e Backspacer, che sono cresciuti col tempo.
    Comunque ottima recensione, Stefano… Magari un po’ di parte, ma per noi veri appassionati risulta spesso difficile svestirci dei panni di fans per indossare quelli dell’imparziale recensore…

    Rispondi
    • avatar
      Stefano Gallone 14/10/2013 a 16:16

      Ciao Silvano. Sì, magari un pochino di parte ma anche in questi casi cerco di essere sempre obiettivo, se riesco.
      Grazie per l’attenzione.
      Saluti.

      Stefano

      Rispondi

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