Rapporto Mediobanca. Più redditizio investire in Btp che fare impresa in Italia

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Milano – «Sicuramente l’autunno non sarà facile. Questa crisi è molto pesante e mette a rischio il futuro industriale del nostro Paese». Con queste parole, ieri, il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, ci avvertiva su quello che si prospetta nei prossimi mesi in Italia.

Dichiarazioni che giungono, senza volerlo, pochi minuti dopo la pubblicazione del Rapporto stilato dall’Ufficio studi di Mediobanca: “Dati cumulativi di 2.032 imprese italiane”. Il campione di riferimento sono quelle aziende che rappresentano il 51% del fatturato dell’industria, il 70% dei servizi pubblici, il 32% dei trasporti e il 26% della distribuzione al dettaglio.

Secondo l’indagine svolta dall’istituto di credito fondato da Raffaele  Mattioli ed Enrico Cuccia, non sarebbe redditizio in Italia investire nelle imprese perché il profitto non sarebbe in grado di coprire il costo del capitale. Risulterebbe che per un imprenditore è più proficuo investire i propri soldi in Btp, accontentandosi della cedola di un titolo di stato, piuttosto che sui dividendi dell’azienda. Questo perché nel 2011 il costo del debito è salito dal 5,6% al 6%, mentre i tassi sui Btp decennali sono passati dal 3,4% al 4,9%. Tra i motivi bisogna annoverare anche il rialzo del “famoso” spread che ha provocato la crescita dei tassi dei titoli di stato ma anche il costo del denaro per le imprese.

La ricerca dell’Ufficio studi di Piazza Cuccia, quindi, ha dato una conferma scientifica al sospetto che serpeggiava da qualche tempo nel mondo imprenditoriale e non solo.

A pagarne maggiormente le conseguenze sono le grandi imprese nazionali, segnando un gap nel 2011 pari a 5,2 punti in termini di “distruzione di ricchezza”. L’indagine evidenzia come soltanto i grandi gruppi a controllo estero ne sono usciti indenni, grazie all’elevata redditività del capitale favorito da un basso costo di manodopera. Anche la competitività ha conosciuto una notevole diminuzione: la causa principale va rintracciata nella crescita del costo del lavoro che ha completamente annullato il modesto aumento di produttività registrato nell’anno di riferimento. Chiude il quadro della pessima situazione: un indebolimento degli investimenti correnti (-5,3% ogni anno, rispetto al 2007 una diminuzione del 20,2%) e un tasso di disoccupazione che continua a crescere (sebbene di un limitato -0,2%, rispetto al -1,6% del 2010 e al -2,7% del 2009).

Situazione lievemente positiva per le imprese medie e medio-grandi (il cosiddetto “Quarto capitalismo”) che, pur presentando un risultato in negativo, si attestano a livelli più contenuti con una perdita di ricchezza pari a 1,2 punti per le prime e di 1,4 punti per le seconde.

I risultati migliori si concentrano in quei settori orientati all’esportazione, con un aumento di quest’ultima pari al 18,3%; le imprese energetiche, con un aumento del fatturato di circa il 17,6% rispetto al 2010 (questo anche grazie all’aumento delle quotazioni delle commodity, cioè quei beni per cui c’è domanda ma che sono offerti senza differenze quantitative sul mercato e sono fungibili).

A beneficiare delle esportazioni anche le medie imprese manifatturiere: soltanto in questo contesto, peraltro, i profitti sono in crescita del 32%.

Anche se si registra un aumento del fatturato del 9,2% rispetto al 2010, il margine operativo aggregato è diminuito del 4,5%, con un ampliamento della distanza dal massimo pre-crisi del -25,6%.

Ci si domanda a questo punto dove gli imprenditori prendano i soldi per continuare a investire: secondo Mediabanca, tramite i prestiti da parte delle banche (contraddicendo, quindi, quanto affermato da Bankitalia, secondo cui negli ultimi dodici mesi i prestiti bancari alle imprese sono in calo) e il ricorso a maggior debito non bancario. Nel primo caso le erogazioni sono salite per 4,6 miliardi di euro, dopo la riduzione di 16 miliardi che hanno caratterizzato il biennio 2009-2010. Nel secondo caso i prestiti sono stati di 17,5 miliardi, l’80% tramite obbligazioni e il restante 20% attraverso finanziamenti all’interno del gruppo.

corriereinformazione.it

Quali potrebbero essere le cause della scarsa redditività degli investimenti in Italia?

Prima di tutto la pressione fiscale, il Total taxe rate, che è il più alto del mondo: un potenziale imprenditore sarebbe scarsamente motivato a investire nel nostro Paese, se il totale delle tasse alla fine sfiori quasi il 70%. A ciò si può aggiungere la serie di autentici muri burocratici che ci si trova di fronte quando si vuole fare impresa: basti considerare che nell’adempimento degli obblighi fiscali in Italia occorra un numero di ore cinque volte superiore a quello del Lussemburgo.

Come non considerare, infine, problemi già noti a molti: la lentezza della giustizia (negli ultimi dieci anni il tempo di attesa per una sentenza di fallimento o d’insolvenza è sostanzialmente raddoppiato, passando da uno a quasi due anni), la stessa difficoltà per gli adempimenti fiscali, la fatica a recuperare crediti e il livello di corruzione. Un quadro complessivo che, mescolato alla recessione e la crisi, ha messo completamente in ginocchio il sistema imprenditoriale italiano.

C’è chi, come Sergio Marchionne, vede tra le soluzioni al problema quella di spostare il baricentro dell’attività oltre confine, dove ancora c’è opportunità di profitto. Gli imprenditori così ci guadagnerebbero. A farne le spese naturalmente il cittadino: dal 2007 sono andati perduti 68mila posti di lavoro seguendo questa “nobile” filosofia. Troppo complicato trovare una soluzione che fa star bene tutti.

Giorgio Vischetti

 foto|| oipamagazine.eu; corriereinformazione.it; bepiccoloimprenditore.it

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