Libia, i perchè del rapimento e del rilascio del Primo Ministro Ali Zeidan

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Libia, cosa nasconde il rapimento e rilascio del Primo Ministro Ali Zeidan

In un Paese rimasto sotto dittatura per decenni è normale che al cadere del dittatore la transizione verso la democrazia si presenti lunga e difficoltosa, ma la Libia presenta degli aspetti piuttosto particolari in questo processo.

Quello che normalmente succede alla fine di una guerra civile è che i gruppi armati vengono disarmati per garantire la sicurezza e per evitare colpi di Stato. In Libia invece numerose milizie che lottarono contro la dittatura di Gheddafi, con la fine della guerra vennero non solo istituzionalizzate – formalmente sono alle dipendenze del ministero della Difesa e dell’Interno – ma anche finanziate con decine di milioni di dollari l’anno.

Proprio gli uomini appartenenti a una di queste milizie, la Camera dei Rivoluzionari di Libia, sono i responsabili dell’arresto del Primo Ministro Ali Zeidan avvenuto all’alba di giovedì scorso. I miliziani si sono difesi affermando sulla loro pagina Facebook di aver ricevuto un ordine dalla Procura Generale, ma la suddetta Procura ha prontamente smentito ogni coinvolgimento. Rilasciato dopo alcune ore il Premier ha dichiarato: «Volevano farmi dimettere».

Ma perchè questo è avvenuto? E chi è Ali Zeidan? Ali Zeidan, 63 anni, negli anni ’70 fu ambasciatore della Libia in India, successivamente venne esiliato in Svizzera e poi in Germania perchè si trovava in disaccordo con Gheddafi e aveva aderito al Fronte Nazionale per la salvezza della Libia, un movimento che si opponeva al regime attorno agli anni ottanta. Liberale per natura ed ex avvocato per i diritti umani a Ginevra, alla fine della rivoluzione tornò in Libia e divenne prima parlamentare, poi Premier. Le difficoltà affrontate alla guida del Paese sono state molteplici, ma soprattutto si è impegnato a garantire la sicurezza della Libia cercando di disarmare le le milizie armate o di inglobarle all’interno dello Stato. Politicamente, pur essendo sostenitore di uno Stato laico, ha teso la mano ai Fratelli Musulmani per garantire più stabilità alla sua linea di governo.

Veniamo al perchè di questo rapimento/arresto. Da oltre due anni, da quando cioè Gheddafi è stato deposto, la Libia si trova nel caos più completo. Le decine di formazioni miliziane – molte delle quali di stampo jihadista e quaedista – imperversano in un Paese militarmente e politicamente troppo debole per affrontarle e sconfiggerle. Dal 2011 si sono verificati decine di attentati a istituzioni governative e ad ambasciate straniere, come quella italiana, francese e statunitense, fino ad arrivare al 2 ottobre 2013 con l’attacco armato all’ambasciata russa di Tripoli. Tutti questi attentati sono in qualche modo riconducibili alle milizie libiche e appare quindi chiaro come esse non accettino nè di abbandonare le armi, nè tantomeno di sottomettersi agli ordini dello Stato.

Ali Zeidan rapito dai miliziani.

Ma forse, la molla che ha fatto scattare il rapimento del Primo Ministro, la classica goccia che fa traboccare il vaso, è stata il blitz delle forze speciali Usa in Libia che ha condotto alla cattura del terrorista Abu al-Libi il 5 ottobre.

Questo terrorista di Al Quaeda era considerato la mente degli attentati a Nairobi e Dar es Salam avvenuti nel 1998. In una conferenza stampa Ali Zeidan aveva affermato che se da un lato i cittadini libici hanno il diritto di essere processati da un tribunale del loro Paese, dall’altro il blitz statunitense non avrebbe incrinato le relazioni tra Libia e America.

L’ambasciatrice americana a Tripoli Deborah Jones era stata invitata a fornire chiarimenti sulla faccenda e il Congresso Nazionale aveva chiesto la riconsegna di al-Libi. Evidentemente per gli estremisti islamici la reazione dello Stato libico era stata troppo tiepida. Infatti dopo aver incitato ad attaccare obbiettivi statunitensi e di Paesi alleati, hanno deciso di prendersela con il loro Primo Ministro.

Ad oggi resta questa la motivazione più forte per giustificare il rapimento del Primo Ministro. Rimane l’inquietudine di un Paese allo sbando, senza più certezze istituzionali e senza una vera leadership che dia speranza per un futuro di stabilità.

Andrea Castello

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