Questa settimana nei negozi di dischi: Porcupine Tree annunciano nuovo live

I fan ben devoti, ormai da molti anni accumulati con indiscutibile merito in tutto il mondo, li aspettavano con consistente ansia per un ritorno inedito sugli scaffali dei negozi di dischi (nonché live, sede grazie alla quale sono ancora una delle poche band che davvero lasciano a bocca aperta dinanzi ad un palcoscenico) e invece loro, sì, ritornano, ma con un doppio album dal vivo, per giunta registrato nel 2010 (prassi ormai consolidata anche sulla base di perfezioni tecniche a cui il frontman fondatore ha ormai abituato l’orecchio di tutti, vuoi con recenti esperienze in proprio, vuoi come smembratore e riassemblatore di classici progressive del passato in dolby surround). I signori Porcupine Tree, infatti, si spera anche con una vena di voglia di rientrare in studio (viste le infinite recenti esperienze del capo compositore Steven Wilson: due dischi da solista, uno coi No-Man e un altro in coppia con Mikael Akerfeldt degli Opeth, per i quali ne compare anche un altro da lui prodotto; tutti, nella sostanza, qualitativamente ottimi ma di sopportazione abbastanza titubante), hanno appena annunciato l’uscita, programmata per il prossimo 19 di novembre, di Octane twisted, doppio album live, appunto, attraverso il quale viene riproposta la registrazione quasi completa di uno dei migliori concerti tenuti dalla band, in quel di Chicago, durante lo splendido tour che accompagnò la promozione del fino ad ora ultimo album registrato in studio, ovvero The incident. La scaletta, dunque, ripercorre, nella prima parte, l’intera esecuzione della lunga suite omonima, mentre nella seconda si lascia spazio, per la maggior parte, a brani di vecchia composizione (due dei quali prelevati da una serata differente, tenuta, cioè, alla Royal Albert Hall di Londra). Il disco uscirà accompagnato anche da un DVD che documenta l’intera esecuzione della suite di cui sopra. Ne abbiamo parlato adesso, in sostanza, perché l’album è già preordinabile presso il sito web Burningshed.

Un altro disco che si spera eguagli le caratteristiche qualitative di alcuni illustri predecessori è il nuovo album in studio (il trentaquattresimo!) proveniente dalla celeberrima figura di Van Morrison (il quale, ovviamente, non ha bisogno di chissà quali presentazioni). Born to sing: no plan B, dunque, si fa spazio sugli scaffali per proporre una sorta di ritorno alle origini sia stilistico che geografico (l’album, infatti, è stato registrato interamente nella sua Belfast), ben intriso di un delicato velo jazzistico che non può far altro che mettere ancora di più in risalto una voce ormai storica e distinguibile perché sempre splendida nel suo destreggiarsi tra le cellule di un songwriting sopraffino e dedito ad una mai nascosta ricerca di perfezione (spesso irraggiungibile, a volte toccata con più di un dito per veri e propri capolavori). Sono presenti, dunque, molte melodie e ritrovati spunti creativi che, volend, permetterebbero collegamenti (non poi così azzardati) con vere e proprie gemme di storia quali Moondance o Astral weeks. Tutto da assaporare, insomma.

E attenzione ad un’altra enorme mole artistica in arrivo, stavolta, dal Canada naturalizzato statunitense. Ebbene sì: il “padrino” Neil Young, a pochissimi mesi di distanza dalla precedente uscita discografica, il folle tradizionalista Americana, sta viaggiando verso i nostri scaffali a tutta birra per, addirittura, un doppio album di inediti al fianco dei suoi redivivi Crazy Horse. Psychedelic pill è il suo titolo e esponenziale è la mole lisergica (per il buon Neil sono 67 primavere!) che promette a fan e appassionati del vero rock a stelle e strisce. In rete è già stato distribuito un clip di presentazione per il singolo Walk like a giant. Attenzione, però: si tratta soltanto di una riduzione radiofonica di una durata ufficiale che tocca i 16 minuti. È proprio questa la caratteristica principale almeno della prima parte dell’album: soltanto il brano di apertura, Driftin’ back, ne raggiunge ben 27! Non vediamo l’ora di capire, in sostanza, cosa potrà mai essere uscito da una delle menti più folli ma, al contempo, indiscutibilmente geniali di un intero secolo di rock.

Infine, sempre sulla scia dell’inscindibile binomio follia / genio, aggiunge un ennesimo lavoro discografico alla sua già sterminata ed irrecuperabile mole di produzioni discografiche quel capolavoro di artista che è e sempre sarà John Zorn. Il suo nuovo The hermetic organ, infatti, mette, sì, ben alla prova un orecchio magari non così abituato a certe sonorità sia minimaliste che sperimentalmente orientate verso una ricerca sonora effettivamente mai trascurata in ogni sua possibile direzione (se ce n’è ancora qualcuna), ma si presenta come un saggio esperimento di (se vogliamo chiamarla così) “geografia sonora”, laddove, cioè, il concetto di suono viene fatto coincidere e, talvolta, dipendere dallo spazio in cui esso stesso viene diffuso (Dio solo sa, e forse anche lo stesso Zorn, quanto c’è di John Cage e Alvin Curran in tutto questo!). Sfruttando, dunque, esclusivamente le potenzialità espressive dell’organo della St. Paul Chapel di New York, John Zorn aggiunge alla sua già sterminata discografia un ennesimo tassello che va a comporre un quadro distorto ma perfettamente completo del suo personale concetto di composizione musicale: smembramento, analisi, studio, comprensione, riassemblaggio.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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