Questa settimana nei negozi di dischi: nuove uscite Mark Lanegan e Mick Harvey

Mark Lanegan Duke Garwood Black Pudding (doyourealize.it)

la copertina di "Black Pudding", il nuovo album di Mark Lanegan in collaborazione con Duke Garwood (doyourealize.it)

Non smette mai di stupire e deliziare il rauco timbro dell’ex Screaming Trees sua eccellenza Mark Lanegan, giunto quasi alla venerabile età di cinquant’anni e, soprattutto, al suo quattordicesimo album in studio (quindicesimo, se si conta anche l’ep del 2005 Ramblin man in associazione con Isobel Campbell, sodalizio che si ufficializzerà nei successivi e particolari Ballad of the broken seas, Sunday at devil dirt e Hawk, rispettivamente 2006, 2008 e 2010). Rispetto al precedente e a tratti ostico Blues funeral, stavolta è proprio la malandata matrice blues originaria a prendere il sopravvento nel suo versante più storicamente radicato nella cultura d’oltreoceano, vale a dire quella prettamente acustica. Lasciati per un attimo da parte, quindi, gli esperimenti sonori graffianti derivanti soprattutto da dischi graffianti come, su tutti, Bubblegum del 2004, questo nuovo Black pudding ben mescola la componente più minimalista insita al genere stesso con le più che baritonali timbriche dello stesso Lanegan ma, più di tutto, con gli importanti soundscape creati dal fedele collaboratore Duke Garwood, abilissimo polistrumentista con, anche lui, diversi album a proprio nome alle spalle. Il risultato è una sorta di multietnicità strumentale (che parte sempre e comunque da territori in simil Ry Cooder) conformata alle ossessioni vocali del lead singer al servizio di testi sempre più profondi a livello di perdizione lirica. Imperdibile, come sempre.

Così come potenzialmente impossibile da tralasciare almeno ad un curioso seppur fugace ascolto è il nuovo lavoro solista di un’altra grande figura del panorama rock-tardo-blues malato che risponde al nome di Mick Harvey. Meglio noto per essere stato, fino al 2008, la chitarra principale dei Bad Seeds di Nick Cave, il buon Harvey sforna un sesto lavoro in solitaria, Four (Acts of love), intriso di passione amorosa e rispettive conseguenze per tramite di una sorta di concept album che si pone come esperimento rock (tendenza spesso sguinzagliata già in sede di arrangiamento per lo stesso Cave) votato a soluzioni romantiche di rara finezza da ballata notturna. Eleganza e (anche qui) perdizione la fanno da padrona in un continuum di suggestioni al limite dell’umano, ben catalogate in quattro atti ognuno dei quali prende il nome della cover in esso compresa (The way young lovers do di Van Morrison, Summertime in New York di Exuma, The story of love dei Saints e Wild hearts (run out of time) di Roy Orbison).

Mick Harvey Four - Acts of love (louderthanwar.com)

La copertina del nuovo album solista di Mick Harvey "Four - Acts of love" (louderthanwar.com)

Cambiando completamente genere ma rimanendo sempre in ambito di valide personalità solistiche, male non farebbe anche tentare di immergersi in un certo tipo (per così dire) di onanismo a sei corde per tramite del nuovo album firmato Joe Satriani. Unstoppable momentum, dunque, riporta sugli scaffali uno dei più stratosferici chitarristi dell’epoca moderna (artefice, assieme al buon Steve Vai, del fatidico G3 con accanto, a turno, ancora altre personalità di spicco nel settore dell’hard-rock-prog come, tanto per citarne qualcuno, John Petrucci dei Dream Theater o Steve Morse, attuale Deep Purple) attraverso un album magari ripetitivo (quello dei dischi strumentali solistici sembra ormai essere diventato una sottospecie di genere a parte; vale anche per cultori di altri strumenti, tra cui forse, uno dei migliori, resta Derek Sherinian, anche lui passato per le file dei Dream Theater dal 1994 al 1998) ma comunque divertente per estro sia del diretto artefice che, talvolta, anche di chi lo accompagna in formazione (questa volta è il turno, su tutti, dietro le pell, di quel mostro di talento che risponde al nome di Vinnie Colaiuta, ex batterista per Frank Zappa dal 1978 al 1982).

Per terminare il nostro excursus settimanale, infine, un altro album al quale, dopotutto, gioverebbe non poco prestare comunque attenzione è il nuovo Rat Farm di casa Meat Puppets, veterani della scena folk – rock – hardcore – punk al quattordicesimo lavoro in studio, anch’esso impregnato di quella carica strumentistica ed emotiva che però, senza mai esser riusciti veramente a capirne il perché, non è mai riuscita a trasportare l’agglomerato statunitense su palcoscenici di più ampia portata nemmeno dopo la gradita reunion del 2007. Resta il fatto che anche questa ennesima esperienza pregia un qualunque negozio di dischi grazie al suo carisma da pura miscela di generi tra i quali, peraltro, compaiono anche innesti ammirevolmente reggae, prog e acid rock. Archiviate le poco gradite esperienze di power pop del precedente Lollipop, in questo caso siamo di fronte al risultato di quattro menti creative quasi in stato di ludica grazia.

Buon ascolto.

(Foto: doyourealize.it / louderthanwar.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

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