Questa settimana nei negozi di dischi: Mark Lanegan e il Natale dark-country-folk alcolico

Come ormai di uso consueto di derivazione statunitense e, naturalmente, dilagante un po’ in tutto il contesto occidentalizzato, i trenta giorni precedenti l’arrivo delle festività natalizie corrispondono a business e merchandising. E come ovvio, neanche il panorama musicale, in quanto anch’esso business senza via di scampo si è mai tirato indietro (dai tempi di Elvis e Sinatra, forse anche prima) dallo sformare prodotti buoni per il deposito alle radici del proprio bell’alberello casalingo.

Se non altro, mentre in Italia abbiamo Claudio Baglioni e i suoi discutibilissimi 26 rifacimenti sacro-tradizionali, negli Usa, almeno, hanno sempre avuto artisti di fama e rilevanza qualitativamente planetaria a cimentarsi nell’esperienza ludica del fatidico “disco di Natale”. Dopo vari esperimenti che, di recente, hanno toccato anche mostri sacri come Bob Dylan o il ben più estremo sperimentatore John Zorn, quest’anno è la volta del signor Mark Lanegan, ex singer degli Screaming Trees ormai ben diretto (tra i tanti altri progetti) verso una ventennale carriera solista di tutto rispetto (eccome!). Già il titolo parla chiaro: Dark Mark does Christmas lascia bene intendere come il buon Lanegan abbia accettato di prendersi gioco (come di tante altre cose) anche della più celebre ricorrenza attraverso la produzione di un ep denso di sornione humor da vero e proprio neo-bluesman alcolico quale sembra essere da quasi sempre. E allora, largo a sei interpretazioni di altrettanti canti natalizi virati in formato folk-country oscuro, stavolta di ancora maggiore impostazione acustica (chitarra, banjo e voce graffiata in primis), tra cui (non a caso, visto il soggetto caratteriale) l’apocrifa The cherry-tree carol, Oh holy night o la controversa Coventry carol sulla strage degli innocenti. Fisicamente, il breve album è reperibile unicamente ai tavolini del merchandising affini ai suoi concerti. Immaterialmente, basta consultare la rete per avere facile risposta. Divertitevi.

Rientrando in territorio italiano, ritroviamo con immenso piacere gli eccezionali Underdog, sugli scaffali dei negozi di dischi già da alcuni giorni con il loro nuovo e geniale Keep calm, in occasione del cui avvento provvedemmo già ad incontrare personalmente la band per riportarne i resoconti proprio sulle pagine di questo giornale. Ed ecco, dunque, materializzarsi il proseguimento di un progetto tanto affascinante quanto sonoramente tra i più innovativi almeno dell’ultimo decennio. Non è esperienza di tutti i giorni, infatti, avere la possibilità di ascoltare una personalissima idea di miscellanea musicale tanto variegata quanto coerente nelle sue inflessioni contaminatrici: jazz, noise, progressive, rock underground, psichedelica e quanto altro di affine, dunque, trovano nelle incredibili composizioni di Diego Pandiscia e soci uno strepitoso trampolino di rinnovato lancio per sempre nuove concezioni riguardanti la capacità di invenzione compositiva, arma sempre più inceppata nelle moderne dinamiche del fare produttivo mediaticamente avanzato. Provare per credere.

E proprio il concetto di avanzamento, anche se unicamente stilistico e trasportato a suon di continue genialità soniche, è incarnato, dal primo disco fino a quest’ultimo e chissà per quanto ancora, da sua eminenza glaciale Bjork anche nella riproposizione remixata di brani già editi nel precedente ed interessantissimo (come sempre) progetto multimediale Biophilia. Bastards, dunque, raccoglie versioni rivedute, talvolta riarrangiate o completamente ripensate sparse, in alcuni casi, tra i meandri della rete per tramite di release digitali o tracce nascoste di ulteriori progetti complementari allo scopo di effettuare, quantomeno, un minimo di tentativo di ordine rispetto al semi-caos lanciato dalla inarrestabile volontà di sperimentazione anche esterna al contesto compositivo. Ma, naturalmente, neanche in ambito rivisitativo c’è granché da scherzare: subito, al re-missaggio, compaiono nomi di importanza e prestigio incommensurabile, tra i quali Alva Noto e Omar Souleyman, tanto per rendere l’idea.

Per quanto riguarda, invece, i suoni in visione, anche gli inglesi Coldplay rispondono affermativo alla pratica, ormai commercialmente consolidata, del fatidico “film concerto” attraverso la diffusione del nuovo dvd Coldplay Live 2012, progetto inizialmente diffuso, come di consueto in questi casi, principalmente in un’unica anteprima mondiale cinematografica per essere poi divulgato su normali supporti ottici commerciabili. Con l’intento di celebrare, dunque, l’acclamato tour mondiale del loro ultimo album in studio, Mylo xyloto, Chris Martin e compagni sfornano in doppio formato, dvd e blu-ray disc (anche se dovrebbe essere in arrivo anche una versione esclusivamente audio fonica su cd e una trasposizione di entrambi i formati per mezzo digitale) inserendo nel progetto generale moltissimi spunti (soprattutto scenografici) tratti, in particolare, dalle performance di Parigi, Montreal e Glastonbury e creativamente riassemblati dalla estrosa mano di Paul Dugdale (già al servizio di Adele per il Live at the Royal Albert Hall e dei Prodigy per il progetto World’s on fire). Considerando la molteplicità dei brani inseriti nella scaletta definitiva, si tratta, probabilmente, di un prodotto che potrebbe far felici sia i fan di vecchia data che i maggiormente dediti a scoprire per una delle prime volte le composizioni (per una buona metà già praticamente indimenticabili, salvo i difetti “poppettari” recenti) del quartetto londinese. Anche se limitarsi a rispolverare quel capolavoro e mezzo che erano Parachutes (2000) e A rush of blood to the head (2002) non farebbe male veramente a nessuno.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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