Questa settimana nei negozi di dischi: la PFM e i quarant’anni del progressive italiano

Correva il fatidico anno 1972, data solare composta da sole quattro cifre che, però, avrebbero cambiato per sempre il volto della scena musicale italiana (almeno fino al punto in cui una prevedibile ondata di catastrofismo antiartistico avrebbe irrimediabilmente sotterrato certi necessari cervelli nel corso della decade successiva, almeno a livello “mainstream”). Tra le tantissime anime inquiete e desiderose di sfruttare opportunità lavorative in favore della necessità di espressione artistica che in esse scoppiava roboante, nella città di Napoli una band di nome Il balletto di bronzo, con alle spalle (fin dalla sua fondazione datata 1967) un solo (ottimo) album intitolato Sirio 2222, assoldava il non ancora ventenne tastierista Gianni Leone per sfruttarne fino al midollo le geniali capacità compositive e tastieristicamente esecutive. Il risultato fu quel capolavoro di Ys, vero e proprio concept album oscuramente esistenzialista che, per tematiche e, soprattutto, per stile, immediatamente venne innalzato a puro manifesto del movimento progressive italiano. Nello stesso anno, però, forse anche prima, oltre ad una sterminata serie di produzioni indimenticabili (anche successive) a nome Area, Franco Battiato, Alan Sorrenti, Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, Latte e Miele, Quella Vecchia Locanda, Biglietto per l’Inferno, Osanna e chi più ne ha più ne metta, un’altra importante band del momento, stavolta proveniente da estrazioni maggiormente beat, i Quelli, mutava il proprio assetto stabilizzandosi sotto il nome di Premiata Forneria Marconi (PFM) e dando alle stampe, tra il febbraio e il dicembre del 1972 su etichetta Numero Uno, appartenente ad un certo Lucio Battisti, ben due album di fondamentale importanza proprio per il concetto di rock progressivo tricolore, ovvero gli epocali Storia di un minuto e Per un amico.

Orbene, sono ormai passati esattamente quaranta lunghissimi e comunque fertili anni da quei fondamentali ed irripetibili giorni e, di fatto, la stessa band che unisce musicisti stratosferici come Franz Di Cioccio, Franco Mussida, Patrick Djivas e il dimissionario Flavio Premoli riapre il sipario proprio su quelle due importanti produzioni donando alle stampe il notevolissimo cofanetto Celebration 1972 – 2012 allo scopo di riunire, appunto, entrambi gli album attraverso tre compact disc con, in allegato, un book fotografico ed esplicativo per permettere sia ai vecchi fan che ai novelli esploratori del genere di rivivere quanto più intensamente possibile un’annata molto difficilmente ripetibile per il progresso (parolone) artistico della nostra nazione. Oltre alle versioni completamente rimasterizzate dei dischi in questione, dunque, sarà possibile assaggiare molti degli stessi brani anche in formato live. Le intenzioni, nella sostanza, parlano chiaro: «Pubblicare due dischi nello stesso anno – spiegano Di Cioccio e soci – era un gesto forte per afferrare il futuro nel 1972. È bello che il tempo, oggi, restituisca intatta la nostra curiosità artistica di allora trasformata in energia sui palchi di tutto il mondo». Un bel monito per buoni intenzionati e, soprattutto, per potenziali (molto spesso troppo vigliacchi) prosecutori del processo produttivo nostrano.

Cambiando rotta stilistica ma non paese d’origine, incontriamo con molto piacere gli ottimi Le Mani, di ritorno sugli scaffali dei negozi di dischi nazionali con il loro nuovo lavoro discografico dal titolo Settembre, importante prova di maturità per l’agglomerato di Matera in quanto espressione di maggiore e decisivo impatto rock rispetto alle due passate esperienze discografiche. L’album, infatti, comprende brani di ben più densa corposità elettrica nonché, come dicevamo, di ben più intenso “savoir faire” soprattutto compositivo, elemento decisivo per una crescita artistica sostanziale in termini di interesse (anche strutturalmente elettronico) da suscitare in un contesto artistico sempre troppo sottovalutato da media e diffusori di vario stampo. Tra i dodici tasselli che compongono l’album, dunque, arieggia una importantissima freschezza meditativa che inevitabilmente si riversa e si trasforma in concreta possibilità di fuoriuscita dalle barriere propositive nazionali.

Espatriando, invece, sia dal contesto produttivo nazionale che dai nuclei stilistici dai quali siamo partiti in questa sede, esploriamo territori puramente metal per incontrare il nuovo lavoro in studio dei My Dying Bride, ovvero A map of all our failures, disco (come sottolinea stesso il titolo) molto duro, oscuro e altalenante tra i meandri di una concezione musicale intermedia tra generi come il gothic e il doom tutta da assorbire, ancora una volta, per meglio immedesimarsi in ciò che una vera e propria istituzione del genere ha da conferire in termini di macabra, lugubre ma al contempo, saggia seppur triste e quasi nichilistica espressione razionale di ciò che di, invece, irrazionale attanaglia, praticamente da sempre, l’essere umano nelle sue sfaccettature più profondamente fragili ed incurabili. Un devastante macigno di distorsioni e watt esplosivi, allora, graffia l’udito con la consapevolezza di chi ha davvero qualcosa da dire e, per farlo, sceglie il modo forse meno piacevole ma di sicuro più utile a conferire il vero senso delle argomentazioni affrontate. Un “must” per gli amanti del genere, di difficile digestione per i meno abbienti, anche se un tentativo in più non nuoce mai così tanto alla salute personale.

Infine, di sponda completamente opposta, concludiamo, per il momento, con quel mostro sacro di lusso che risponde al nome di Paul Simon, di nuovo brillantemente in pista anche se con un album dal vivo, Live in New York City, giusto risultato di uno splendido tour che ha fatto da supporto esecutivo al precedente e notevolissimo disco di inediti So beautiful or so what e che, quindi, ripropone su appositi formati riproducibili (cd + dvd) quasi l’intera performance tenuta alla Webster Hall sita nella Grande Mela. Tra i venti brani inclusi, infatti, oltre a diversi tasselli provenienti dal capolavoro che fu Graceland (1986), sono presenti anche grandi successi storici come, tra tutti, l’indimenticabile The sound of silence composta a quattro mani con l’ex socio Art Garfunkel.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews