Questa settimana nei negozi di dischi: il ritorno di Umberto Giardini, fu Moltheni

Umberto Maria Giardini, La dieta dell'imperatrice,«Si viene e si va», cantava un Ligabue ormai raschiante il fondo del concetto stesso di creatività musicale o quantomeno di consistenza tematica (lui è andato eccome, già da un bel po’). Orbene, c’è chi, in sostanza, torna e lo fa nel modo che probabilmente meglio ne contraddistingue (qui sì) estro creativo sul piano melodico e, soprattutto, enorme senso per l’espressione poetica (più o meno ermetica) di concetti tanto umano da incitare a strapparsi la pelle pur di condividerne l’esperienza interiore. Precedentemente noto su suolo italico con lo pseudonimo Moltheni, Umberto Maria Giardini mette, dunque, da parte la parentesi che lo vide nelle vesti di batterista per i (comunque notevoli) Pineda allo scopo di ricominciare a scrivere canzoni in proprio, con il più o meno consapevole obiettivo di restituire, in qualche modo, una vena di lacerante e rivitalizzante poesia ad un paese che ha ormai scritto già da diverso tempo la parola “fine” al suo orrendo libro commerciale. La dieta dell’imperatrice, dunque, segna il recupero, da parte dello stesso Giardini, di una vena cantautorale mai definitivamente confessata perché, in definitiva, mai ricercata come scopo primario, avendo sempre lasciato spazio alle idee, agli istinti e ai (parolone dei paroloni) contenuti. Il disco, dunque, si articola zigzagando attraverso frammenti di una sorta di vera e propria rinascita umana che il diretto autore, evidentemente, ha sentito necessaria per compiere quel fatidico tentativo di prosecuzione esistenziale sempre meno sinonimo di schemi e chissà quanto complesse aperture strutturali (tanto nell’arte quanto nella vita), in favore di un’essenzialità che, sempre di più, sembra essere il metodo migliore per dire le cose anche solo accennandole (se questo può voler dire richiedere un minimo di attenzione e dedizione, acerrimo nemico dei download troppo rapidamente raggiungibili e altrettanto distrattamente cestinabili in cassonetti virtuali dopo soli trenta secondi di ascolto noncurante). Per chi crede di avere ancora un’anima, insomma, il buon Umberto continua ad essere l’arma essenziale per sopravvivere al costante squallore generazionale.

Su altre basi stilistiche ma ugualmente tutt’altro che privo di contenuti (lo sappiamo bene) è il maestro Franco Battiato che, finalmente, dopo opere teatrali (Telesio), brani disseminati per esigenza di espressione concettualmente legata (in precedenza forse mai in maniera così diretta) a fattori sociali e politici (il brano Inneres auge) e nuovi progetti cinematografici in cantiere (il suo sesto film vedrà presto la luce e si baserà sulla vita del compositore George Frideric Haendel) sta per tornare nei negozi con un album vero e proprio. Apriti sesamo, infatti, comprende 10 brani inediti che arrivano a costruire, fin dalla copertina, una sorta di campo minato per l’espressione di concetti aspri e particolarmente riferiti a concetti filosofici ormai tangibili a tatto quotidiano (diversi brani hanno titoli effettivamente poco ambigui come La polvere del branco o Testamento anche se, ovviamente, resta tutto da vedere). Quanto allo stile di composizione e arrangiamento, almeno stando alle battute espresse dal singolo radiofonico in attuale passaggio mediatico, Passacaglia, sembra che il maestro catanese continui a non rinunciare a concetti di revisionismo avanguardista di opere secolari (in questo caso, per l’appunto, proprio l’opera omonima del compositore barocco Stefano Landi, 1587 – 1639). Ascolteremo, come sempre, molto volentieri e valuteremo con criterio.

Ben Harper, By my sideApprodando, invece, oltreoceano, ci imbattiamo in altre due uscite dal quoziente di importanza e gradimento piuttosto elevato. In primis, dopo il titubante Give till it’s gone dell’anno passato, il signor Ben Harper torna, sì, sugli scaffali ma lo fa con un “best of” di rispolvero passato (a partire dalla stessa copertina “vintage”) intitolato By my side, per tramite del quale sforna un inedito, Crazy amazing, e mantiene comunque un certo livello di richiesta attenzione perché pone il genere umano di fronte ad una tracklist ben costruita in termini di significativi recuperi da bei dischi come Welcome to the cruel world o Fight for your mind. Nient’altro che un pezzo da collezione per i fan datati ma un’ottima occasione, per i restanti, di scoprire una delle figure artistiche più interessanti almeno dell’ultimo ventennio, nonché un ottimo chitarrista che concederà la possibilità di essere ammirato, in acustico, grazie all’imminente “solo tour” An acoustic evening with Ben Harper (che ci preme consigliarvi di non perdere).

Infine, l’altra novità di casa Usa è il nuovo lavoro in studio di un’altra importante figura artistica a stelle e strisce quale Dave Matthews che, con la sua sempreverde Dave Matthews Band, propone al pubblico mondiale Away from the world, album che conferma, ancora una volta, la sostanza artistica di una delle personalità musicalmente artistiche che meglio ha saputo miscelare generi e tematiche differenti nel corso di, ormai, ben 20 brillanti anni di carriera. Il disco, dunque, propone, oltre il recupero della partnership iniziale con il noto produttore Steve Lillywhite (Peter Gabriel, Simple Minds, Talking Heads, Rolling Stones, U2), anche consuete miscele stilistiche altalenanti tra pop, funk e folk con venature, addirittura, prossime ad un personale concetto di impostazione jazz rock tutto da gustare.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews