Questa settimana nei negozi di dischi: live Led Zeppelin e novità De Andrè, De Gregori, Guccini

Si può dire quello che si vuole ed etichettare ciò che si vuole come si vuole, ma se certi nomi continuano ad attirare l’attenzione di “anime salve” o in cerca di una qualunque ancora di redenzione nel glaciale contesto quotidiano appartenente ad una modernità mai così materialista, insensibile, vigliacca, sprucida, volgare, insensata e mentecatta, un significato starà pur tentando di fare capolino al cuore di qualcuno. E dunque, il periodo è, sì, quello natalizio, quindi fatto apposta per trovate commerciali più o meno sensate, ma si tratta di una delle rare occasioni in cui solo tre semplici (in realtà tutt’altro che semplici) nomi bastano a fare la differenza. Se sono di nazionalità italiana, poi, tanto di guadagnato. Ma andiamo per ordine.

Precedenza, come spesso e volentieri accade, al reparto anglofono. E ancora ulteriore precedenza a  veri e propri intramontabili mostri sacri come (udite udite) i Led Zeppelin. Sì, signori, perché come ben sapete, il 10 dicembre 2007 è stata una data da incorniciare per il solo evento che voleva i maestri Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e Jason Bonham (figlio del compianto John) salire di nuovo assieme su di un palcoscenico per il fatidico Celebration Day della O2 Arena di Londra. In quel caso, ben diciottomila fortunati hanno potuto assistere ad un concerto più che memorabile. Uscito in contemporanea nelle sale cinematografiche mondiali lo scorso 17 ottobre, dunque, l’intera performance è ora disponibile sia in formato dvd che compact disc, naturalmente. Disponibile, però, per i più esigenti e/o cultori di certi supporti, anche in versione blu-ray disc e vinile. Inutile spendere altre parole, basta soltanto passare in rassegna alcuni titoli: Black dog, Good times bad times, Stairway to heaven, Rock and roll, Since I’ve been loving you o Ramble on. Può bastare? Si direbbe di sì. Orsù, vedete un po’ quello che dovete fare.

Di ben altra fattura, di ben altro genere ma di quasi simile interesse potrebbe risultare, andando oltre, il nuovo lavoro in studio dei signori Deftones, ovvero Koi no yokan (tradotto sta per Love’s premonition), in arrivo a due anni di distanza dal precedente e altalenante Diamond eyes e dotato di undici nuovi tasselli direzionati verso una sorta di continuum sia emozionale che stilistico per via di un potenziale andirivieni tra momenti più riflessivi e dinamiche tipiche del genere che gli stessi Chino Moreno e soci hanno inventato da quasi una ventina d’anni a questa parte. Durezza, certo. Distorsioni, compattezza e muri di suono densi, omogenei e corposi, è chiaro (non dimentichiamoci che questi signori hanno praticamente inventato, assieme ad altre personalità innovative tra cui, sicuramente, gente come i Korn, tanto per fare un nome, una nuova concezione di “nu” metal più prossimo al crossover), ma se una settima esperienza discografica di una band detentrice di un’etichetta difficilmente alternabile o miscelabile con contaminazioni di vario stampo riesce comunque a rinnovarsi e a riambientarsi sempre meglio in un contesto stilistico altrimenti saturo, il concetto portante, allora, sarebbe da affrontare quasi per massimi sistemi. Venti euro sostanzialmente ben spesi, insomma, se gradite un certo approccio hard ad ambientazioni comunque melodiche e liricamente ben più che valide, come sempre.

Ma veniamo ora, come preannunciato in principio, ai mostri sacri nostrani. Primo tassello ad essere, ancora una volta, richiamato in causa, anche se, almeno stavolta, in maniera utile all’umanità (al di fuori di sconclusionate e ripetitive raccolte “sganciagrana”) è la monumentale opera in 16 cd a nome Fabrizio De Andrè. Il cofanettone I concerti, infatti, raccoglie, con apposite registrazioni digitalizzate, ben 25 anni di tour italiani ripercorrendo la carriera di uno tra i più grandi (forse il più grande in assoluto) poeti della musica italiana. Proposti per la prima volta su supporto riproduttivo, dunque, avvenimenti storici come il primo importante concerto presso La Bussola, datato 15 marzo 1975, fino all’ultimo Mi innamoravo di tutto risalente all’annata 1997/1998. Fondamentale soprattutto per i cultori dell’artista in quanto vera e propria sterminata serie di documenti ben più che memorabili.

Secondo dei tre nomi italiani di rilevanza in approdo sugli scaffali in questo periodo è, poi, Francesco De Gregori con il suo nuovo album di inediti Sulla strada, intima e sincera espressione “kerouachiana” di un naturale ritorno alla narrazione di scenari di vita quotidiana, fatti di frammenti di tempo e luoghi da immortalare in maniera più o meno definitiva anche grazie al supporto di nomi quali Nicola Piovani e Malika Ayane in veste l’uno di coautore, l’altra di collaboratrice vocale. Poesia, vita vissuta, cuore e quanto di più umano un uomo (prima ancora che nobile artista) possa conservare nella sua indole da eterno esploratore dell’anima, dunque, fanno da coadiuvante a nove nuovi spunti da pesare al milligrammo sulla bilancia dei propri sensi.

Infine, il terzo nome imponente autoctono è quello di un altro esponente inamovibile del senso di poesia intesa come necessità espressiva al pari delle note musicali. Francesco Guccini, infatti, con il suo nuovo L’ultima Thule si manifesta (seppur non ci sia mai stato bisogno di confermarlo) come estremo cantore delle dinamiche umane intergenerazionali proclamando questa sua nuova esperienza discografica come l’ultima e definitiva prova di una carriera da incorniciare e venerare. Dopo 45 fondamentali anni di condivisione di intenti, infatti, il cantautore emiliano chiude il suo cerchio musicalmente vitale (non temete: il buon uomo si dedicherà alla scrittura a tempo pieno) per tramite di un album estremamente intenso, ancora una volta ricchissimo di citazioni e riferimenti a tratti malinconici ma sempre e comunque roboanti di concezioni letterarie. Come sottolineato dalla stessa copertina, si tratta di un approdo verso la leggenda del proprio sentirsi, sì, parte di mondo ma in maniera nettamente differente, come sempre, dal contesto globale.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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