Questa settimana nei negozi di dischi: disco solista per Peter Buck degli R.E.M

Ad essere sinceri, ce lo aspettavamo. Anzi lo avevamo pensato fin dal momento in cui una delle più importanti band del pianeta, ovvero gli storici R.E.M, avevano deciso di rompere le righe per un qualsivoglia motivo (che sia una comunque tardiva mancanza di idee, stanchezza o semplice desiderio di fare altro). Ad essere ancora più sinceri, i nostri pronostici avevano previsto che ad arrivare per prima, nella corsa alle immancabili pubblicazioni in veste solista di star già affermate in agglomerato, sarebbe stato lo storico frontman Michael Stipe. E invece ecco il buon chitarrista Peter Buck uscire con un personale disco eponimo di inediti. «So che ho detto per anni che non avrei mai fatto un album solista [ci credevamo già comunque poco, ndr]. Non l’ho mai pianificato o desiderato – sostiene lo stesso Buck – ma è semplicemente successo. Con lo scioglimento della band, ho iniziato a scrivere testi solo per avere qualcosa di creativo da fare. La prima cosa in cui sono stato coinvolto, è stato come un viaggio nella mia mente, tutti i generi musicali che amo. Ho suonato con alcuni dei miei musicisti preferiti, in una atmosfera del tutto spontanea». Orbene, qualunque cosa fuoriesca da questo lavoro (potenzialmente comunque buono, visto il nome e il curriculum che contraddistingue il diretto creatore), il piatto si presenta succulento anche al solo nome collaborativo di gente del calibro di Patti Smith, Lenny Kaye o Scott McCaughey. Già ampiamente anticipato dal blueseggiante singolo 10 milion BC, l’album dovrebbe approdare sugli scaffali dei negozi italiani proprio in queste ore.

Chi invece la veste solista non l’ha mai abbandonata nemmeno in tempi meno sospetti riguardo estri artistici difficilmente ascrivibili ad un unico complesso musicale è il signor John McLaughlin che, con i suoi attuali The 4th dimension, non cessa di dare sfogo al suo estro creativo misto al consueto istrionismo chitarristico da assoluto primato mondiale (anche se, spesso e volentieri, dove c’è posto sufficiente per una nota, il buon uomo ne ha sempre infilate tre o quattro), per tramite di questo nuovo Now here this, disco dichiaratamente pieno di orgoglio da parte del proprio autore in seguito ad una consequenzialità di esperimenti compositivi che, nella sostanza, racchiude circa una quarantina di anni trascorsi a fare dei propri rispettivi strumenti un vero e proprio motivo di crescita individuale. A partire, dunque, dalle incursioni rock-jazz-prog della eterna Mahavishnu Orchestra (della quale non da mai male, ogni tanto, rispolverare almeno due capolavori assoluti: Birds of fire e il mastodontico live Between nothingness and eternity), si approda ai terreni ancora fertili di collaborazioni altrettanto monumentali (è sua la folle chitarra in Bitches brew di Miles Davis, assieme ad un apparato strumentale che avrebbe, successivamente, portato alla formazione di una delle band più incredibili del secolo: i Weather Report) fino a toccare vette evolutive giunte ad operare un tentativo, a detta dello stesso McLaughlin, di organizzazione per una musica che «vi parli in un modo che non avete mai sentito prima». In tal senso, allora, male non farebbe anche accaparrarsi un biglietto per l’unica data italiana in cartellone, ovvero quella di Bologna del 25 novembre al Teatro Europauditorium.

Ad un genere ben differente, ma non eccessivamente distante dalle suddette modalità di approccio al concetto stesso di composizione musicale, appartiene, invece, Donald Fagen, ben noto in seguito alla sua comunque datata provenienza dai rinomati Steely Dan e forse ancor di più grazie ad esperienze soliste di notevole importanza quali, su tutte, quella appartenente al rinomato The nightfly. In questa sede, però, il buon Fagen, con ben quarant’anni, ormai, di attività musicale alle spalle, sembra aver optato per una sorta di nuova era musicale per tramite del suo nuovo Sunken Condos, lavoro costituito da nove brani inediti dotati del consueto carisma compositivo miscelante formati canzone con spunti jazz se non addirittura funky, elemento che, in questo nuovo ambito, dovrebbe farla un po’ da padrone. Chissà se questo metodo ormai assoldato ha portato buoni frutti, però, anche nella rivisitazione di Out of the ghetto firmata Isaac Hayes. Vedremo.

Infine, compiendo ancora un salto di genere ma in direzioni ben più normali (più di stile compositivo che di predisposizione alla scena), incontriamo ancora una volta gli instancabili Kiss degli eterni Paul Stanley e Gene Simmons. Il loro ventesimo lavoro in studio, Monster, sta già scuotendo gli scaffali dei negozi con la consueta (anche se, a tratti, ormai anche un po’ ripetitiva) verve puramente hard-rock / blues in favore di 12 brani molto ben spinti da una rinnovata (seppur mai perduta) adrenalina capace (nonostante l’età) di ricordare all’ascoltatore cosa vuol dire ascoltare con piacere qualcosa di magari disimpegnato ma energicamente attendibile.

Buon ascolto.

Stefano Gallone 

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