Questa settimana nei negozi di dischi

Malgrado le attuali temperature non ce ne facilitino il comunque possibile compito, c’è chi riesce ancora, dopo circa vent’anni di camaleontica carriera, a bloccare letteralmente il nostro sviluppo cerebrale per immortalarlo in quel limbo glaciale (a)tipico dei (non) luoghi d’oltre Circolo Polare Artico, veri e propri stati della mente più che entità geografiche, sospensioni emotive e sensoriali nelle artiche (non) notti del pensiero e dell’animo (sovr)umano, perfettamente tradotte in sibilo, soffio, sospiro, minimale percezione del muoversi lento e plumbeo di quell’ultimo spiraglio di vita materiale immediatamente prossima alla pura trascendenza spirituale.

Era il non lontanissimo 2004 quando quel genio assoluto che risponde al nome di Thomas Köner dava alle stampe quello che ancora oggi è probabilmente definibile come il suo principale capolavoro, ovvero quell’emotivamente ipotermico e stravisionario Nuuk, dopo il quale ci vollero ben cinque lunghi e silenziosissimi anni prima di rimettere piede dentro se stesso per esternare le pulsazioni di La Barca (2009). È ora, dunque, la volta di Novaya Zemlya, sonnolento e graduale risveglio di una delle più (non sembrerebbe) versatili e stupefacenti menti del panorama elettronico ambient più cupo, oscuro e denso di fantasmi da eterno ma piacevole e irreversibilmente appagante brivido esistenziale. Bastano, dunque, poco più di trenta sufficienti minuti di pura atmosfera da dilatato soundscape per video opere inesistenti (da sempre efficientissimo marchio di fabbrica del diretto interessato) a far accapponare la pelle, senza una qualsivoglia soluzione di continuità, tra le scie cosmiche e gli incredibili pseudosilenzi abissali che fanno di un reale elemento naturale (il luogo indicato dal titolo esiste davvero e si trova, quasi disabitato, proprio oltre il Circolo Polare Artico) sostanziale metafora di uno stato primordiale tutto interiore. Imperdibile, ma solo in comitiva con i precedenti capolavori prima citati, con l’aggiunta di Teimo (1992) e Permafrost (1993).

Cambiando completamente rotta, invece, arriva sugli scaffali dei negozi il nuovo lavoro solista di Mike Stern, chitarrista di primissimo piano per quanto riguarda l’ambito delle composizioni strumentali moderne, al servizio, in passato, anche di illustri figure quali Billy Cobham, Jaco Pastorius, Miles Davis o Pat Metheny (tanto per capirci). Perennemente in bilico (come si sarà già appreso) tra le geniali incursioni jazz e le ben più particolari sperimentazioni fusion, il nuovo All over the place strizza l’occhi oproprio al glorioso passato per avvalersi di ben 21 collaborazioni con altrettanti ospiti che, di conseguenza, restituiscono allo stesso Stern la possibilità di esprimere al meglio proprio il suo polivalente estro compositivo ed esecutivo. Spazio, dunque, sia a fraseggi richiamanti una certa intimità e delicatezza melodica che, il più delle volte, a veri e propri apparati ritmici estremamente coinvolgenti ed estasianti nel loro rendersi fulcro di miscellanee sonore dall’elevato valore e (perché no) fascino tecnico.

Sempre restando in tema di fascino tecnico e spiccata capacità di coinvolgimento anche melodico, non può passare inosservato il nuovo album in studio dei leggendari Rush, vale a dire Clockwork angels, vero e proprio concept album (come di tradizione filoprogressive) incentrato sulla figura di un giovane uomo nella sua irrefrenabile esigenza di inseguire i propri sogni e, per essi, combattere contro tutto e tutti mantenendo, però, come unico, vero, abissale e inestinguibile nemico il correre frenetico del tempo. Su tale interessantissimo nucleo tematico, però, si fonda un disco che, a quanto pare, ha convinto ben poco i maggiori estimatori sia del genere che della band, così come, però, anche critici di varia specie. Forse l’eccesso apocalittico, forse il concetto di base ai limiti del pretestuoso, fatto sta che ci si trova sempre e comunque di fronte a tre storici mostri dei propri rispettivi strumenti (i canadesi Geddy Lee, Neil Peart e Alex Lifeson). Certo, si è sempre forse un po’ lontani da capolavori di genere come Moving Pictures o 2112 ma, così come per moltissimi altri artisti di rispetto, quello che si ha in mano è comunque un prodotto da testare con attenzione, volenti o nolenti.

Infine, rimanendo in tema di estro da tecnicismo anche se in chiave nettamente più “heavy”, proponiamo con piacere il ritorno sui palcoscenici mondiali dei mitici Stratovarius per la produzione e diffusione del live album Under flaming winter skies – Live in Tampere, edito in doppio cd o dvd singolo e utile a riportare, dopo periodi tutt’altro che semplici dovuti alle isteriche follie del chitarrista Timo Tolkki e al tumore alla tiroide che ha colpito, invece, il batterista Jorg Michaels, proprio un tributo allo stesso Michaels che, malgrado sia riuscito comunque ad uscire vittorioso dalle dure cure contro la difficile malattia, ha di fatto deciso di lasciare la propria band per dedicarsi molto di più alla propria salute. L’intero tour, dunque, si è svolto sotto il segno del profondo affetto che, da tantissimi anni, ormai, lega tra loro i membri della band finlandese. Il risultato, allora, altro non è se non un eccezionale revival di classici storici (Kiss of Judas, Black diamond, Paradise, Coming home) legati comunque a pezzi di più recente composizione senza, però, trascurare almeno due cover di notevolissimo rilievo, ovvero Burn dei Deep Purple e (nientemeno che) Behind blue eyes degli Who. Buono sia per già esperti che per novelli dell’heavy-power metal.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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